Guerra dei dazi Usa-Cina: Trump la sta perdendo?

Trump non riuscirà a ridurre il deficit, ma sta cercando di riscrivere le regole del commercio internazionale. Forse favorendo anche la Cina

Donald J. Trump Xi Jinping

Donald J. Trump e Xi Jinping – Credits: EPA/JIM LO SCALZO/FILIP SINGER

Claudia Astarita

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A metà marzo l'amministrazione Usa ha approvato un pacchetto di dazi e sanzioni per 60 miliardi di dollari su vari prodotti cinesi, dall'aerospaziale ai macchinari, e ha ristretto gli investimenti cinesi nel settore tecnologico americano. Ad aprile ha minacciato di colpire altri settori che potrebbero determinare una perdita di altri 150 miliardi di dollari per il colosso orientale.

La retorica della guerra commerciale

Eppure, nonostante l'aspra retorica di guerra commerciale, Donald Trump continua a dichiararsi "pronto a discutere per continuare a sostenere il nostro impegno nel perseguire un commercio libero, giusto e reciproco e proteggere la tecnologia e la proprietà intellettuale delle aziende americane e degli americani". Tant'è che pochi giorni fa una delegazione di alti funzionari americani guidati dal segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, e dallo Us Trade Representative, Robert Lighthizer, è arrivata a Pechino proprio per parlare di dazi.

Perché Trump colpisce la Cina

Trump non ha mai nascosto di aver colpito la Cina per punirla per i suoi continui "furti" di segreti tecnologici e commerciali statunitensi e per le sue politiche restrittive o sleali nei confronti delle aziende americane. Ancora, il presidente statunitense è determinato ad abbattere qualunque barriera commerciale in grado di minare la crescita economica in America e nel mondo.

La strategia di Trump

Per capire quale sia la Donald Trump Panorama.it ha interpellato Michele Geraci, docente di finanza presso New York University, Shanghai. Il professore italiano ha confermato una certa casualità nelle scelte non solo econmiche di Trump, che rispecchiano il modo di fare di un businessman le cui azioni rispecchiano i pensieri del momento. Tuttavia, secondo Geraci analizzare la linea anti-cinese di Trump solo sul piano della riduzione del deficit è riduttivo.

Il problema del deficit

Il problema del deficit commerciale accumulato con la Cina è certamente importante. Nel 2017 ha raggiunto quota 375 miliardi di dollari, "ma se Trump volesse davvero concentrarsi sul deficit di certo non imporrebbe dazi. Non sono sufficientemente efficaci", spiega Geraci da Shanghai.

"Il vero obiettivo del presidente americano è proteggere la fascia di lavoratori colpita dall'espansione commerciale cinese. Quella della riduzione del deficit è una trovata mediatica che funziona molto bene, ma ormai è avidente che Trump è disposto a pagare anche un prezzo molto elevato pur di ottenere un risultato significativo sul piano della politica economica interna".

L'effetto Corea può funzionare con la Cina?

La Corea del Sud ha avuto un ruolo importante nello sbloccare i negoziati con il Nord, la Cina ha fatto la sua parte rispettando (per un po') le sanzioni imposte dalle Nazioni Uniti, ma è difficile sostenere che i risultati ottenuti fino ad ora sarebbero stati possibili anche senza la "massima pressione" di Trump.

Sono tanti a pensare che senza l'intransigenza di Trump Kim Jong-un non avrebbe mai fatto così tante concessioni così in fretta. E come se non bastasse, la Casa Bianca continua a sottolineare come solo dopo aver ricevuto sufficienti garanzie sul piano della denuclearizzazione sarà possibile concordare aiuti economici e non solo per la Corea del Nord.

Cosa c'entra tutto questo con la Cina? Semplice: "la guerra commerciale non è solo una guerra economica, ma uno strumento utilizzato per mettere Pechino sotto pressione e farle capire che deve necessariamente modificare il suo modo di interagire con il resto del mondo". Diventando più lineare e trasparente. "ll successo ottenuto sul tavolo coreano non fa che aumentare il livello di pressioni sulla Cina, confermandole di avere di fronte un leader che non è disposto ad accontentarsi di un compromesso al ribasso".

Il nodo dell'Omc

Secondo Geraci Trump avrebbe usato con grande intelligenza gli strumenti messi a disposizione dell'Organizzazione Modiale del Commercio per colpire la Cina. "Anzitutto il presidente americano ha evitato di imporre una linea di dazi attiva, vale a dire volta a colpire un paese ben preciso. Trump li avrebbe invece imposti a tutti, per poi esentare i paesi 'amici'". Ed è per questo che nessuno può parlare di dazi "contro la Cina", anche se la Repubblica popolare è indubbiamente la nazione più colpita da questa manovra.

La Cina, invece, ha risposto colpendo l'America, anche in maniera molto forte, soprattutto se si pensa alla sospensione delle importazioni di soia: "la Cina produce appena un quinto della soia che consuma, e ha sempre importato la maggior parte della quota necessaria per coprire la domanda interna dagli Stati Uniti. Ora importa tutto dall'America Latina, e in particolare dal Brasile, e questo riorietamento commerciale ha certamente messo in difficoltà i produttori statunitensi.

Le reazioni cinesi non fermano Trump

"La risposta cinese è stata decisa e mirata, ma non ha fatto cambiare idea a Trump, che resta concentrato sulla sua battaglia: riscrivere le regole del commercio internazionale nel tentativo di minimizzare le perdite dei più deboli piuttosto che continuare a massimizzare i vantaggi dei più grandi. Non gli interessa se dovrà pagare un prezzo molto alto per ottenre quello che vuole", e probabilmente è convinto che la sua fermezza e la sua intransigenza verranno premiate.

Due guerre parallele

Per Geraci questo confronto commerciale tra Cina e Stati Uniti è destinato a stemperarsi nel tempo, perché entrambi i paesi sono troppo forti e nessuno può davvero prevalere sull'altro.

"Se però si osservano con attenzione le dinamiche di questo confronto, ci si rende conto che non si tratta di una competizione a somma zero e che entrambe le parti sono destinate a vincere la rispettiva partita. Gli Stati Uniti vogliono ridurre l'impatto della crescita cinese sul mercato interno e, allo stesso tempo, riscrivere le regole del commercio internazionale per gestire meglio una forza economica come quella cinese. I cinesi stanno puntando tutto sullo sviluppo tecnologico, e pur attaccando sui media le pressioni statunitensi potrebbero sfruttarle per giustficare all'interno la necessità di andare avanti più in fretta lungo la strada delle riforme".

La visione cinese di lungo periodo

Paradossalmente, quindi, Pechino potrebbe ritrovarsi disposta a cedere ad alcune delle richieste americane perché queste ultime potrebbero, nel medio e lungo periodo, favorire la crescita economica dell stessa Cina. E secondo Geraci anche questa consapevolezza difficilmente farà cambiare idea a Trump visto che lui è concentrato su obiettivi di natura interna.

Nuove regole per il commercio internazionale

Secondo il docente italiano l'unica vera grande certezza di questo confronto commerciale è che le regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio non sono in grado di gestire una realtà economica come la Cina, troppo grande, troppo complessa, e troppo diversa da tutte le altre economie che interagiscono sui mercati internazionali.

Nessuno può competere con la forza finanziaria e le economie di scala che può mettere in piedi la Cina, ecco perché le regole esistenti non servono a nulla quando ci si confronta con Pechino.

L'Europa da qualche mese ha già iniziato a discutere della necessità di rivedere taluni criteri di valutazione, ad esempio, per quel che riguarda le pratiche di dumping. Quindi non solo i prezzi, che per le esportazoni non potrebbero essere più bassi di quelli del mercato internazionale ma che per la Cina inevitabilmente lo sono proprio per le economie di scala che rappresentano il suo principale punto di forza, ma anche standard più omogenei sul piano dei diritti del lavoro, della proprietà intellettiuale e via dicendo. Trump sembra voler portare avanti questo dibattito, che è una cosa molto positiva, ma resta da vedere cosa la Cina deciderà di sostenere, e come, e cosa no.

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