Economia

Gli italiani lo fanno meglio (il manager)

Al comando delle aziende del lusso mondiale sempre più spesso ci sono degli italiani. Chi sono e perché siamo i migliori

Alessandro-Bogliolo-Ceo-Tiffany

Antonella Matarrese

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Nel 2016, Le Monde le dedicò un titolo da urlo: «La donna da un miliardo di euro». Sì perché la schiva signora di Cesena, Francesca Bellettini, chioma corvina e sguardo indagatore, chiamata nel 2013 a risollevare le sorti della francesissima maison Yves Saint Laurent, in un anno riesce, con un tocco da maga del fatturato, a superare la soglia dei mille milioni di ricavi fino ad arrivare nel 2017 a un più 29,7 per cento, chiudendo l’anno con oltre 1,5 miliardi di fatturato. Una laurea in Bocconi e una gavetta cominciata a Londra come investment banker e poi un tour proficuo nelle case di moda più importanti, da Prada a Bottega Veneta, da Helmut Lang a Gucci, Francesca Bellettini è una dei tanti top manager italiani ai vertici delle maison di lusso francesi, inglesi e americane.

Parliamo di aziende del lusso. Non che in altri settori non ci siano posizioni apicali occupate da italiani, basti pensare a una delle ultime nomine in ordine di tempo, quella di Giovanni Caforio che quest’inverno ha guidato una delle più grandi fusioni della storia nel settore farmaceutico tra la Bristol Myers Squibb e Celgene (da cui è nato un colosso da 140 miliardi di dollari), oppure a Luca Maestri, il chief financial officer di Apple, stretto collaboratore di Tim Cook. Però qui il nostro focus è quello degli italiani sulle poltrone dorate delle aziende del lusso internazionale. Perché sono tanti, per lo più intorno ai 50-60 anni e non è un caso che la scelta cada proprio su di loro.

Partiamo dagli Usa: grandi università, importanti college, prestigiose scuole di economia... Ma come ceo del più noto brand di gioielleria e simbolo del sogno americano, ovvero Tiffany, c’è Alessandro Bogliolo, bocconiano dai modi affabili con un passato alla Piaggio di Giovannino Agnelli, all’inizio degli anni Novanta, in Cina, poi un lungo percorso da manager presso Bulgari prima a Singapore e poi a Roma, al fianco di Francesco Trapani, e infine amministratore delegato della Diesel di Renzo Rosso. Quindi, nell’ottobre del 2017, dopo il congedo di Frédéric Cumenal, brillante ex manager di Lvmh, rimasto da Tiffany solo due anni, arriva dal mondo dei jeans Bogliolo; e alla notizia della sua nomina Wall Street festeggia con un più 2 per cento sul titolo.

Restando negli Usa, vanno citati almeno altri due nomi di spicco: Eraldo Poletto e Fabrizio Freda. Il primo è dall’aprile del 2018 il ceo di Stuart Weitzman, brand di calzature sofisticate che porta il nome del suo fondatore americano. Una laurea in economia all’Università di Torino e una carriera costruita tra gli Usa e l’Italia, prima alla Brooks Brothers controllata da Claudio Del Vecchio, successivamente da Furla in qualità di presidente dello sviluppo strategico e del business internazionale, poi da Salvatore Ferragamo, fino alla chiamata americana dello scorso anno. Il curriculum di Fabrizio Freda, invece, stando a quello che raccontano gli esperti di risorse umane, merita un inchino: intanto si distingue per essere uno dei 10 top manager più pagati al mondo e poi è stato il fautore del lancio delle famose patatine Pringles. Napoletano, classe 1957, come molti super professionisti si è fatto le ossa da Procter & Gamble, dove si è occupato di salute e bellezza, e della Global snack division. Ormai famoso come Pringles Man, viene chiamato nel 2009 da Leonard Lauder a sedere sulla poltrona di amministratore delegato della Estée Lauder: è la prima volta che uno «straniero» occupa un posto così strategico nell’azienda familiare fondata da Estée, la signora che negli anni Quaranta inventò i campioncini di profumo come strategia di marketing.

Ma è anche la prima volta che un manager, negli anni della peggiore crisi economica americana dopo quella del 1929, riesce a investire, tagliare i costi, diversificare i prodotti e soprattutto a rendere i titoli in Borsa molto attraenti. A tal punto da registrare una crescita di valore del 300 per cento e un aumento dei guadagni del 7 per cento annuo. È così che Fabrizio Freda, nel 2016, riesce a incassare la mitica cifra di 48,3 milioni di dollari di cui 36,8 in azioni della società. E per finire, Freda è pure l’unico italiano membro del cda di BlackRock, il fondo di investimento più importante al mondo.

Alla scuola Procter & Gamble si è formata anche Daniela Riccardi, attuale amministratore delegato di Baccarat, maison con oltre 250 anni di storia. E in Francia gli italiani al comando di case del lusso sono tanti. Di Marco Bizzarri, ceo e presidente di Gucci, marchio in quota al gruppo Kering di monsieur Pinault, se ne parla parecchio: è uno dei manager famosi quasi come una rockstar, sotto i riflettori tanto quanto il designer Alessandro Michele di cui è mentore e alter ego sul piano della creatività finanziaria.

Sempre da Procter & Gamble ( è stato il presidente per l’Europa nel 1999) arriva un altro potentissimo italiano Antonio Belloni, detto Toni, il numero due dopo Bernard Arnault, patron del gruppo del lusso Lvmh, il più grande al mondo per ricavi. Classe 1954, pavese, laurea in economia, Belloni ha portato nella holding molti italiani, designer compresi; e a dimostrazione del suo operato, nel 2008, ha ricevuto l’onoreficenza di Chevalier de l’ordre national de la Légion d’honneur dalla presidenza della Repubblica francese.

Fa parte del suo staff Pietro Beccari, ceo e presidente di Dior: 52 anni, emiliano di un paesino in provincia di Parma, Basilicagoiano, formazione classica (come la maggior parte dei manager citati), un’adolescenza sull’autobus per raggiungere la scuola, e sui campi di calcio per assecondare una passione. Come dire: un’educazione all’insegna del sacrificio e dello spirito di squadra. Dopo la laurea in Gestione aziendale, un viaggio in America offre al giovane Beccari l’apertura mentale e la capacità di gestire le sfide che caratterizzano il suo intero percorso, fatto di passaggi da aziende come Miralanza, Parmalat, Testanera (marchio della Henkel) e il gruppo Lvmh, che lo vuole prima in Louis Vuitton, poi da Fendi e ora da Dior Couture. In quota ai francesi pure Massimo Piombini - che i reali del Qatar hanno cercato per rilanciare Balmain, marchio francese nato nel 1945 e dal 2016 di proprietà di Mayhoola for Investment - e Pier Paolo Righi, presidente e ceo di Karl Lagerfeld. Sul versante londinese ecco Marco Gobbetti, un collezionista di poltrone importanti nell’ambito della moda e dal 2017 amministratore delegato di Burberry dove, non a caso, è stato chiamato un italiano anche alla direzione creativa, il designer Riccardo Tisci.

«Gli italiani hanno un vantagio» esordisce Roberto D’Incau, fondatore e ceo di Lang&Partners Younique Human Solutions, agenzia specializzata nella ricerca di professionisti. «Sono allenati alla cultura del bello per via di una sedimentazione storica che si è trasformata quasi in patrimonio genetico. Inoltre, la nostra formazione scolastica è unica al mondo: lo studio dei classici, del latino e in alcuni casi del greco, è alla base di un’apertura mentale che permette elasticità, intuizione e un pensiero laterale molto forte».

In un’intervista, tempo fa, Donatella Versace disse di essere stufa dei manager che pensavano solo ai numeri. Aveva ragione. La lungimiranza è frutto di creatività, la strategia è una visione. A questo si aggiunga l’human touch, quel tocco di umanità, empatia e simpatia tutta italiana. 

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