Economia

Perché la giustizia sportiva italiana è inadeguata

Il calcio è un sistema economico da tre miliardi di euro di fatturato, attira capitali dall’estero ma poggia su un ordinamento giudiziario fragile e con tempi incompatibili con il funzionamento del sistema

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Giovanni Capuano

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Quale Paese può permettersi il lusso di affidare a una giustizia malfunzionante un sistema economico da oltre 3 miliardi di euro di fatturato, con capitali attirati da Cina e mondo anglosassone aspirando ad attrarne sempre di più e che compete a livello internazionale dove in campo fatica ma a livello politico e dirigenziale è tornato negli ultimi anni a contare e ad esprimere dirigenti apicali apprezzati e che contano?

Un mondo composto da quasi un milione e mezzo di addetti (tesserati), che muove interessi sui cui lo stesso Stato ricava introiti importanti se è vero, come certifica il Report Calcio 2018 della Figc che per ogni euro investito dal governo, di qualsiasi colore e parte politica, negli ultimi dieci anni ne sono tornati allo Stato 14 (e 40 centesimi) sottoforma di contributi fiscali e previdenziali.

Nessuno, probabilmente, poggerebbe tutto questo sistema su un ordinamento giudiziario fragile e che lo stesso commissario straordinario (ancora per poco) Roberto Fabbricini, mandato dal Coni a rifondare tutto dopo il fallimento della mancata qualificazione al Mondiale di Russia 2018, ha definito "la priorità" in un’intervista al direttore del Corriere dello Sport Ivan Zazzaroni lo scorso 22 agosto.

Prima che la valanga di decreti, ricorsi, impugnazioni e appelli sotterrasse i campionati di Serie B e C, il calcio femminile e quello dei dilettanti regalando un autunno di ritardi e complicazioni.

“Va rimessa in ordine la giustizia sportiva che ha tempi incompatibili con il regolare funzionamento del sistema” aveva detto Fabbricini allora. “Tempi drammatici” aveva aggiunto. Eppure si avvale della collaborazione di centinaia di persone distribuite sui diversi livelli.

Qualche numero? La Procura federale guidata dall’ex prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, ha 7 aggiunti, 114 sostituti e un esercito di oltre 200 collaboratori.

Il lavoro è notevole, ma chiedere che venisse svolto in maniera più accurata è legittimo se si mettono in fila alcuni degli ultimi eventi. Una serie di vicende in cui la giustizia sportiva non ne è uscita benissimo.

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Roberto Fabbricini - 13 settembre 2018 – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Il caos della Serie B

L’ultimo caso in ordine di tempo è stato quello legato al format della Serie B. Dove, è bene precisarlo, la Giustizia sportiva non c’entra nulla ma che è comunque esemplificativo della difficoltà per un comparto di queste dimensioni ad avere certezza sulle proprie regole e sull’apparato organizzativo. La B sarà a 19 squadre perché così ha conferma il Collegio di garanzia del Coni mettendo fine, per ora, a un contenzioso tra i club appoggiati dalla Figc e le società che aspiravano al ripescaggio mantenendo il precedente format a 22. Sentenza arrivata a torneo partito (due giornate) e così discussa da indurre il presidente del Collegio, l’ex ministro Frattini, a dissociarsi dalla pronuncia del suo stesso organismo. Presa a maggioranza e dichiarandosi “incompetenti”. L’11 settembre. Dopo una serie di rinvii.

Chi è rimasto fuori ha fatto ovviamente ricorso e il Tribunale federale nazionale ha rinviato tutto al 28 settembre, quando la B sarà arrivata alla 6° giornata. Col rischio, sempre più teorico, di dover ripartire da capo o di andare incontro a richieste di risarcimento danni. Con nelle more anche la vicenda del Foggia, prima escluso dalla ripartizione dei fondi della mutualità e poi penalizzato di 15 punti, ridotti successivamente a 8, per una questione di pagamenti in nero e che ora chiede di ricalcolare la penalizzazione essendo diminuite le partite (6 in meno) a disposizione per eliminare il gap con le avversarie e salvarsi.

La Serie A 'fantasma'

Questione di tempi e non solo. In Serie A c’è una squadra che, sentenza del Collegio del Coni in mano, non avrebbe dovuto esserci e che si è salvata per il trascorrere del tempo. E’ il Frosinone promosso il 16 giugno scorso dopo la gara di ritorno del playoff contro il Palermo. Un match chiuso in maniera surrale, tra lanci di palloni in campo dalle tribune (“Consegnati in precedenza dai raccattapalle del Frosinone” recita il comunicato ufficiale del Giudice sportivo) e da giocatori in panchina “nell’evidente tentativo di interrompere le azioni offensive della squadra avversaria costringendo l’arbitro a sospendere la gara”.

Comportamenti gravissimi, puniti con chiusura dello stadio per due turni e 25.000 euro di multa. “Sanzione non coerente a quanto descritto” per i giudici del Coni che hanno rispedito tutto al mittente su reclamo del Palermo per la rimodulazione di una punizione che prevede punti di penalizzazione. Palermo, però, che non potrà vedersi riconosciuta la promozione in Serie A postuma perché, come scrive lo stesso collegio, “le sanzioni non possono essere inflitte su situazioni già cristallizzate”, cioè sulla Serie A già partita. Il finale? Richieste danni e polemiche a non finire. Tra un anno nella massima serie e uno in B ballano alcune decine di milioni di diritti tv.

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Un passaggio della sentenza sul caso Catanzaro-Avellino, 19 dicembre 2017 – Credits: tratto da www.figc.it

Le plusvalenze in ritardo

Oppure il caso delle presunte plusvalenze fittizie tra Cesena e Chievo segnalate da un articolo di un sito (calciomercato.com). A giugno il deferimento e la condanna del Cesena a 15 punti di penalizzazione (peraltro in via di fallimento) e suoi dirigenti.

E quelli del Chievo? Tutto bloccato per un errore procedurale della Procura Figc che non aveva accettato la richiesta di essere sentiti presentata dal presidente Campedelli, numero uno dei Chievo. Pratica tornata in aula a metà settembre a campionato abbondantemente partito e con l’impossibilità di applicare un’eventuale penalizzazione pesante (-15 la richiesta) sulla stagione scorsa, che avrebbe significato retrocessione.

Processo finito con un -3, duecentomila euro di multa e tre mesi di inibizione per il numero uno clivense e con il "non doversi procedere" nei confronto dei Cesena, nel frattempo sparito ma che a luglio era stato penalizzato ben più duramente dei veneti (-15). Uniformità e tempistica difficile da individuare e il sospetto di una figuraccia.

La stessa fatta davanti alla Commissione Antimafia che si occupava del legame tra tifoserie e criminalità organizzata negli stadi italiani citando un’intercettazione del presidente della Juventus Agnelli non esistente nelle corpose documentazioni dell’inchiesta Alto Piemonte, poi sfociata in processo con condanne per molti imputati. Grande clamore, anche internazionale, polemiche e successiva marcia indietro di Pecoraro per spiegare che si trattava di una “interpretazione” del pm.

Oppure, ultima storia esemplificativa del perché abbia ragione il commissario Fabbricini sulla necessità di riformare tutto, la vicenda di Catanzaro-Avellino del 5 maggio 2013 finita in un’inchiesta della magistratura col fondato sospetto di addomesticamento (doveva finire in  pareggio) pattuito dai massimi dirigenti dei due club. Evento non verificatosi solo per un cambio in corsa dell’Avellino, costretto dai risultati delle dirette concorrenti in lizza per la promozione in Serie B.

Tutti prosciolti alla fine del processo sportivo (dicembre 2017) per “evidente carenza probatoria della Procura federale”. In allegato non erano state depositate neanche l’ordinanza di custodia cautelare e l’informativa di Polizia a base dell’accusa. Nessuna fonte di prova, nemmeno i filmati della partita che dovevano dimostrare i presunti “errori volontari” degli indagati. “Deferimento del tutto sprovvisto del supporto fattuale-giuridico necessario a consentire a questo Collegio di effettuare un approfondito esame dei fatti”. Liberi tutti. Come l’allora portiere del Napoli Reina e i suoi ex compagni Paolo Cannavaro e Aronica sospettati di contatti con pregiudicati legati ad ambienti camorristici. Inchiesta (sportiva) affossata dall’ennesimo vizio procedurale essendo stata prima archiviata e poi riaperta con altro titolo senza nuovi documenti.

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