Morelli e i Giovani di Confindustria: non toglieteci il futuro

L'appello di Jacopo Morelli: basta con la politica parassita, la pressione fiscale insostenibile. Serve una maggiore integrazione europea

Jacopo Morelli, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, e il vicepresidente di Confindustria Antonella Mansi (Credits: Roberto Monaldo / LaPresse)

Giovanni Iozzia

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«Ci siamo stufati… Al nostro Convegno di Santa Margherita Angelino Alfano, Enrico Letta e Pierferdinando Casini ci promisero la legge elettorale in tre settimane. Era metà giugno…. Come si può ancora credere a una classe politica così?». Jacopo Morelli parte “a cinci sciolto”, come direbbero nella sua Toscana. Il presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria spiega a briglie sciolte, appunto, perché al Convegno di Capri, in programma venerdì 26, per il secondo anno non ci saranno politici (ci saranno tre ministri, ma li considera “tecnici”). E perché è molto preoccupato sulla situazione economica italiana e poco soddisfatto della legge di stabilità.

«Sento molto malcontento. Ricevo moltissime telefonate di gente che non ne può più. E non solo imprenditori. Persone che non ce la fanno più a reggere un ceto politico parassitario e incompetente, ad accettare questa politica vissuta dai più come opportunità per arricchirsi. Non ne posso più di politici, di consiglieri di società pubbliche semplicemente ignoranti. Non ce li possiamo più permettere».

Come valuta il lavoro di questo governo tecnico e in particolare la legge di stabilità?
Il governo Monti ha lavorato molto bene nella comunicazione, soprattutto a livello internazionale. Ha avuto il grande agio di fare la riforma delle pensioni nei primi 100 giorni. Però adesso non c’è più tempo da perdere. Non è più possibile andare avanti con provvedimenti che tolgono agli italiani fiducia e potere d’acquisto».

Non è quindi d’accordo con il ministro dell’Economia Grilli quando dice che la legge di stabilità ci guadagna il 99% dei contribuenti?
Va benissimo il taglio dell’Irpef per i redditi più bassi ma non ha senso sterilizzarlo con l’aumento dell’Iva. La nostra necessità è ridurre la pressione fiscale, non aumentarla. Anche su questo ci giochiamo la credibilità internazionale, perché i debiti si possono pagare solo se si cresce, non continuando a tagliare.

La legge di stabilità è stata approvata 15 giorni fa ed è in corso l’assalto dei partiti, come ai tempi della finanziaria. Non è che state partecipando anche voi al rituale?
Nessun assalto, solo tanta preoccupazione. C’è una caduta verticale del mercato interno, che noi registriamo prima delle statistiche. E c’è un crollo psicologico generale, una perdita di fiducia sulle prospettive di reddito, che spinge a rimandare tutte le decisioni di acquisto. C’è il rischio di danni pesanti per tutta la filiera produttiva, la stessa che serve anche per l’export. Stiamo giocando con il fuoco…

Perché?
Non si è mai visto al mondo che da una parte si interviene sulla spesa pubblica, ma senza toccare i costi della politica parassita, e dall’altro si inasprisce la pressione fiscale. Siamo a livello di strangolamento, se paghi tutte le tasse.

Non è che esagerate voi imprendintori?
Sa quale sarà la pressione fiscale per le imprese nel 2012? Il 68%! 20 punti in più che in Germania. E in alcuni Regioni, dopo i tagli centrali, si sta valutando di aumentare ancora l’Irap. Chi la pagherà quando le aziende saranno tutte chiuse?

Vede la situazione così drammatica?
Bisogna dire le cose come stanno. Stiamo perdendo 2mila posti di lavoro al giorno. C’è grande senso di precarietà anche fra gli imprenditori, perché nel 90% dei casi il loro destino è comune a quello dei loro dipendenti. Ecco perché non possiamo andare avanti così per otto mesi, attendendo l’esito delle elezioni.

Per le imprese giovani e innovative il governo ha già deciso una serie di agevolazioni che dovrebbero favorirne la nascita e lo sviluppo…
Sì, il pacchetto per le start up è un segno di attenzione importante. Ma non illudiamoci di risolvere la situazione del nostro Paese con le start up. Hanno bisogno di un’ecosistema favorevole per poter fiorire. Vogliamo parlare del credito?

Parliamone…
Ci sono start up, già ben avviate e anche ben capitalizzate, con progetti industriali che richiedono finanziamenti a medio e lungo credito. Non li trovano, seplicemente. E i progetti non decollano. Quindi, attenzione a stimolare la nascita di imprese che non saranno messe in condizione di crescere.

Perché avete deciso di intitolare ‘Europe under pressure’ il convegno di Capri?
Per le giovani generazioni non c’è soluzione possibile al di fuori della dimensione europea. Ma dobbiamo lavorare per favorire l’integrazione. E per questo abbiamo invitato per la prima volta i colleghi di Francia, Germania e Spagna. Ci sono ancora troppe disparità nei sistemi produttivi. Dalle infrastrutture ai tempi di pagamento della Pubblica amministrazione. Per non parlare del credito, appunto. In un mercato unico le probabilità di ottenerlo, e il suo costo, a parità di profilo aziendale cambiano con la localizzazione. E questo non va bene.

Che cosa farete voi Giovani?
Da Capri uscirà una Joint declaration, un documento unitario delle quattro associazioni che sarà portato al quadrilaterale dei capi di governo in programma a dicembre. Messi insieme, soltanto Italia, Francia, Spagna e Germania rappresentano una forza produttiva superiore agli Stati Uniti. Per questo proporremo un’accelerazione verso gli Stati Uniti d’Europa. Non vediamo altro futuro possibile.

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