Giorgio Armani e l'importanza di agire

Anche i giovani di Confindustria parlano di "rivolta" in assenza di prospettive. Si ingrandisce il coro delle imprese che lamentano l'assenza dello Stato. Ma l'imprenditore-stilista invita tutti a "fare"

Giorgio Armani a Roma in occasione dell'apertura della nuova boutique (Credits: DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica)

Giovanni Iozzia

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È indubbio. In Italia il clima è di vero terrore. Da ultimo oggi Andrea Morelli, presidente dei giovani di Confindustria, ha detto la sua: "La tassazione ha raggiunto livelli da confisca... Senza prospettive per il futuro l'unica prospettiva diventa la rivolta... troppi imprenditori lasciati soli... non chiediamo miracoli ma statisti...".

Ci risiamo: non passa giorno che non venga lanciato un allarme da industriali, commercianti e operatori economici di qualsiasi natura e statura contribuendo a creare un clima di vero e proprio terrorismo economico. D’accordo, le cose non vanno bene: le imprese chiudono o tagliano occupazione, come ha ricordato anche Confindustria che chiede adesso all’Europa di farsi carico della ripresa del manifatturiero. I consumatori consumano sempre di meno, avverte Confcommercio con i suoi puntuali e angoscianti bollettini. E le cronache certo non aiutano ad allontanare la cappa di sfiducia che ci opprime, dal disastro dell’Ilva alla crisi dell’Indesit .

Quello che colpisce non è tanto la manifestazione delle sofferenze, che sono reali, ma le reazioni: una continua e ossessionante richiesta di aiuti, che adesso si sposta da Roma a Bruxelles. Una rincorsa a chi sta peggio che non si capisce dove possa portare. Seguiamo invece il consiglio di Re Giorgio (Armani) che invita a spezzare la catena delle lamentele e reagire con ottimismo. Insomma, ad agire. Dovrebbero forse imprenditori e commercianti, che sono imprenditori anch’essi nonostante ogni tanto si tenda a dimenticarlo, cominciare a fare la loro parte. A fare spending review, non solo nelle aziende (in cui sono arrivati a livelli parossistici ma senza cambiare modelli di business e di gestione), ma anche nelle associazioni ormai anacronistiche nello spirito e nell’organizzazione e a riscoprire il gusto del rischio che resta ingrediente principale del fare impresa. 

L’Italia è una start up, ha detto di recente il presidente del Consiglio al Festival dell’economia di Trento. Ma gli italiani non sembrano ancora un popolo di startupper, imprenditori e commercianti compresi. Anzi, ogni tanto sembra quasi che anche gli startupper veri stiano lì lì per scivolare sulla buccia di banana dell’assistenzialismo di Stato. Perché la startup, per definizione, richiede un’idea forte, un team vincente, grande passione, nessuna paura del mercato e del fallimento.

Imprenditori e commercianti, pur nelle difficoltà che vivono e facendo i conti con un mercato ostile, dovrebbero forse mettere più in discussione cattive abitudini e scelte sbagliate, investendo in innovazione, rinnovando il loro portafoglio di competenze: in questo modo potrebbero pretendere con maggiore forza che lo Stato e la Pubblica amministrazione facciano la loro parte. Potrebbero davvero chiedere non solo il rispetto dei diritti acquisiti (i crediti, ad esempio) ma di quelli storicamente smarriti tra lacci e lacciuoli, scambi ufficiali e ufficiosi (perché non si riescono a toccare i miliardi dispersi negli aiuti alle imprese?), fisco asfissiante e distratto allo stesso tempo.

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