Da Gianni Agnelli ad oggi, la responsabilità di essere manager

Se si tenesse presente che profitto dell'azienda e benessere della comunità sono strettamente collegati certi errori (come in Mps) non si farebbero

Giovanni Iozzia

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«Il cambiamento appare come un processo tragico nel quale l’operatore economico, che al primo atto appariva nella veste di promotore, come agente essenziale di cambiamento, al secondo appare nella veste di imputato». Sembra l’analisi della crisi dei nostri giorni e potrebbe persino suonare come la lettura di qualche recente scandalo bancario nazionale. E invece sono parole pronunciate da Giovanni Agnelli alla terza conferenza internazionale della European Foundation for Management Development, tenutasi a Torino nel 1974. E, scrisse allora proprio Panorama, quel discorso fu la prova generale di quello di investitura come presidente di Confindustria.

Il frammento storico si trova in un libro che Franco Angeli manderà in libreria a febbraio: 40 anni di formazione manageriale, curato da Salvatore Garbellano, docente del Politecnico di Torino. Nasce per celebrare la storia di ASFOR, l’associazione per la formazione manageriale (riunisce le scuole ma anche aziende del calibro di Allianz, Generali, Mediolanum, Brembo, Edison, Ferrero, Eni, Enel, Pirelli, Finmeccanica), che con questo titolo inaugura una nuova collana. Ma attraverso quella storia, che a tratti può apparire anche poco interessante, racconta la vita italiana alla formazione manageriale, dagli albori degli anni 70 agli incubi dei nostri giorni. Che poi vuol dire la costituzione di un pezzo importante della classe dirigente, le cui responsabilità non sempre sono evidenti e spesso vengono rimosse.

I dirigenti diventati manager, la direzione aziendale diventata business administration, hanno evidentemente un ruolo decisivo nella crescita di un Paese. Tante cose sono cambiate in 40 anni, la qualità media è aumentata, l’internazionalizzazione ha portato aria nuova, l’impegno diretto delle aziende, che si sono affiancate ai soggetti tradizionali della formazione come le università, ha innalzato i livelli culturali del management; l’e-learning ha modificato i territori delle Scuole di professionalità.

Ma se ancora risuonano i temi dell’etica, se ancora sono necessari i richiami alla responsabilità sociale dell’impresa e dei suoi condottieri vuol dire che c’è tanto lavoro da fare. Certo, il tessuto economico italiano fatto da piccole e piccolissime imprese non aiuta. Le ipoteche politiche sulla Pubblica Amministrazione, e non solo su quella (e torniamo al caso bancario esplosivo di questi giorni…), fanno saltare qualsiasi riferimento alle competenze e ai sani obiettivi di competitività. Ma c’è una questione più generale che contribuisce a spiegare lo stato attuale delle cose: «Le difficoltà e i problemi in cui si dibatte il nostro Paese hanno delle cause strutturali che vengono da lontano, a partire da una persistente arretratezza di cultura aziendale e manageriale del nostro sistema imprenditoriale», scrive il presidente di ASFOR Vladimir Nanut.  

La qualità del capitale umano è determinante in qualsiasi progetto di crescita. Ma non basta affermarlo in occasione di un convegno. E non è sufficiente neanche che sia certificata da un prestigioso diploma. Da Enron a Lehman Brothers, i manager coinvolti in grandi scandali finanziari avevano frequentato le più prestigiose business school. Serve cambiare le scuole o, ambizione rivoluzionaria, è addirittura necessario cambiare il capitalismo? Forse basterebbe non pensare solo a soluzioni tattiche, per risolvere il guaio del momento, ma tornare a pochi e semplici valori. Per esempio, tenere a mente che il profitto dell’azienda e il benessere della comunità possono perfettamente coincidere. Come sosteneva già negli anni 50 del secolo scorso Adriano Olivetti. Troppo spesso citato con finalità cosmetiche e altrettanto spesso dimenticato nel momento dell’azione.

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