Economia

In Germania un semaforo vuole fermare il cibo italiano

Dopo i dazi Usa, Berlino lancia il Nutri-Score un bollino a colori, un semaforo per segnalare cosa fa bene e cosa male come, dicono loro, il Parmigiano

Parmigiano Reggiano

Daniel Mosseri

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E ora anche Berlino sembra partire lancia in resta contro l’agroalimentare italiano... La filiera dell’eccellenza del Made in Italy non ha ancora metabolizzato i dazi appena imposti da Donald Trump che già rischia di arrivare un’altra stangata, sotto forma di prescrizione nutrizionale targata Unione europea.
Ma andiamo con ordine: deciso a rendere l’America «great again» il presidente Usa ha imposto una gabella su una serie di prodotti europei. Così Trump ha fatto giustizia degli aiuti pubblici concessi da alcuni stati europei al consorzio Airbus, concorrente dell’americana Boeing. Nella lista dei prodotti colpiti dalla scure doganale statunitense compaiono prodotti alcolici italiani (gli spirit, ma non il vino), la mortadella, il pecorino e altri formaggi a pasta dura. Peccato però che l’Italia non faccia parte del consorzio Airbus. Dietro l’affondo presidenziale (un dazio del 25 per cento su un valore complessivo dell’esportato per 420 milioni di euro) c’è dunque un’industria agroalimentare americana felice di vedere il prezzo al dettaglio dei prodotti italiani crescere del 25 per cento: un regalo per chi produce specialità «Italian sounding» come il Parmesan cheese oppure l’Asiago cheese a stelle e strisce.

Mentre i dazi Usa si abbattevano sull’Italia, a Berlino il ministro dell’Agricoltura della Germania Julia Klöckner dava luce verde al Nutri-Score: «I consumatori hanno bisogno di un giudizio sintetico che fornisca una guida veloce. Nato in Francia, Nutri-Score è un sistema aggiuntivo di etichettatura dei cibi basato su due scale: una alfabetica, con lettere che vanno dalla A alle E; e una cromatica, con i colori che virano dal verde scuro al giallo fino al rosso. La lettura è immediata: una A verde indica un prodotto più sano di quello contrassegnato da una C gialla o, peggio ancora, da una E rossa. Il ministro ha confermato che il sistema è il più gradito dai consumatori perché intuibile e, fra gli applausi della Federazione tedesca delle organizzazioni dei consumatori, ha parlato di «pietra miliare nella politica dell’alimentazione». Visto dall’Italia, invece, l’annuncio di Frau Klöckner ha più l’aspetto di una lapide. La ragione è semplice: che abbiano lettere, colori, l’aspetto di una torta o di un semaforo, i sistemi che pretendono di spiegare in un colpo d’occhio se un prodotto fa bene o male alla salute sono semplicistici. In più nuocciono gravemente all’eccellenza del Made in Italy.

Facciamo un esempio: a fine 2013 il Regno Unito introduce un sistema «a semaforo» per aiutare i consumatori a capire se un prodotto è salutare (verde) o no (rosso). Ricco di sali e grasso, il parmigiano reggiano si è visto assegnare il bollino rosso, mentre le bibite frizzanti edulcorate con dolcificante hanno ottenuto il bollino verde. Provate però a chiedere a un pediatra, anche se ha studiato in Inghilterra, se sia meglio svezzare i bambini con il brodo vegetale, la pasta e un po’ di parmigiano o se sia meglio riempirgli il biberon con una bibita light. Il Nutri-Score franco-tedesco è più evoluto del sistema inglese bocciato nel 2016 dall’Ue, ma i rischi per l’agroalimentare italiano restano in piedi.
A Panorama lo conferma Luigi Pio Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, l’organizzazione che mette insieme 70 aziende leader della produzione agroalimentare e la distribuzione con Conad. «Per stare dietro agli americani abbiamo già avuto un miliardo di euro in mancate esportazioni verso la Russia» premette. E con i dazi di Trump, «oggi siamo un Paese beffato e svantaggiato». Tanto più che i prodotti colpiti sono, guarda caso, proprio quelli che hanno un equivalente «contraffatto» made in Usa. E il Nutri-Score? Scordamaglia non fa sconti: «Non mi sorprende che la decisione arrivi dalla Germania, un Paese dove si mangia male, con prodotti di scarsa qualità e dove l’ingredientistica naturale non è mai stata valorizzata. Il Nutri-Score premia i prodotti che costano meno e hanno più ingredienti artificiali».
La Germania risulta allineata al Regno Unito, l’altro Paese «dove si mangia peggio in Europa in termini nutrizionali». È in Gran Bretagna che è nato il sistema «semaforico», non per tutelare i consumatori quanto per permettere alle catene di retailer inglesi di lanciare nuovi marchi privati. «Se un cibo aveva quel microgrammo in più di grasso, sale o zucchero che gli dava il bollino rosso, interveniva la private label con un nuovo prodotto in cui l’ingrediente in eccesso era sostituito con uno sintetico» spiega Scordamaglia.
Il bollino rosso tornava verde e il prezzo scendeva «perché un grasso di estrazione costa meno di un grasso naturale» e il consumatore, convinto di mangiare meglio, mangiava una porcheria. Risultato: meno salute, più margini per i marchi inglesi e quindi meno export per l’eccellenza alimentare made in Italy.
La musica oggi non è cambiata visto che, secondo il Nutri-Score, l’olio di colza, prodotto soprattutto in Francia e in Germania, risulta più salutare di quello extra vergine di oliva. La principale differenza è che se ieri a muoversi erano i retailer britannici, sul carro del Nutri-Score oggi salgono le principali multinazionali del settore alimentare, produttrici di cibo dietetico. L’esatto opposto della tradizione italiana, dove cultura alimentare e tradizione agroindustriale puntano su prodotti naturali e di qualità.

Il rischio ancora più grande è che, sdoganato Nutri-Score da Parigi e Berlino e altre nazioni europee, la Ue ne raccomandi l’adozione a tutti i Paesi membri. A Panorama, una portavoce Ue ha confermato che la Commissione sta lavorando a un rapporto «sui principali sistemi di etichettatura nutrizionale» e che «il rapporto esaminerà anche la possibilità di raccomandare un’armonizzazione in questo settore».
Scordamaglia si augura che l’Italia riesca «con alcuni alleati a non fare diventare Nutri-Score obbligatorio. Noi puntiamo a un sistema che, in maniera grafica, spieghi ai consumatori quanto del fabbisogno giornaliero di grasso, proteine, carboidrati e così via introduciamo assumendo una porzione - e non 100 grammi - di quel prodotto». Lo scopo è fare luce su cosa stiamo mangiando anziché pretendere di spiegare se fa bene o fa male. «È un sistema che presuppone l’esistenza di una cultura alimentare. D’altra parte» conclude Scordamaglia «se viviamo più a lungo di inglesi e tedeschi un motivo ci sarà».
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