Friedman: ecco perché il 2007 ha cambiato ogni cosa

Un nuovo saggio del Premio Pulitzer illustra le variabili dell’accelerazione tecnologica

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Stefania Medetti

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Thomas Friedman, editorialista e vincitore del Premio Pulitzer, anticipa dalle colonne del New York Times un assaggio del suo nuovo libro uscito la scorsa settimana. Intitolato “Thank you for being late: an optimist’s guide to thriving in the age of accelerations” (Grazie per essere in ritardo: la guida di un ottimista per prosperare nell’era delle accelerazioni), il saggio esplora la serie di cambiamenti che hanno avuto luogo a partire dal 2007. Apparentemente, infatti, si è trattato di un anno senza particolari avvenimenti, ma l’autore invita a guardare più attentamente.

Nel 2007, Steve Jobs e Apple hanno lanciato il primo iPhone, dando vita al mercato degli smartphone, una rivoluzione che ha messo nelle mani di ogni persona sul pianeta un computer collegato a internet. Alla fine del 2006, quando gli utenti di internet hanno superato il miliardo di persone, Facebook è diventato disponibile per chiunque fosse dotato di un indirizzo email e ha cominciato la corsa che l'ha portato a diventare un fenomeno globale. Twitter è stato creato nel 2006, ma ha preso quota nel 2007. Sempre nel 2007, il software Hadoop, di cui molti non hanno mai sentito parlare, ha offerto alle aziende la possibilità di immagazzinare dati non strutturati. Da qui, l’avvento di Big Data e del Cloud.

Anche il Kindle, che ha portato alla rivoluzione degli e-book, è del 2007, come pure Android. Nello stesso anno, Ibm ha lanciato Watson, il primo computer cognitivo in grado di comprendere ogni cosa scritta sul cancro  che oggi suggerisce ai dottori diagnosi accurate e trattamenti. Quanto al costo di sequenziamento del genoma è passato da cento milioni di dollari dell’inizio del millennio a poche decine di dollari. Nel 2007, inoltre, è stato concepito Airbnb, sono nati Change.org e GitHub, la più grande libreria di condivisione software open-source, mentre Intel ha lanciato i primi materiali non siliconici per microchip e transistor che hanno determinato un costante incremento del potere dei microchip.

Impegnati in altre questioni

Insomma, il 2007 è stato un punto di svolta nella storia. Per quale ragione non ce ne siamo accorti? Secondo Friedman, è stata tutta colpa del 2008: nello stesso istante in cui la tecnologia ha fatto giganteschi passi avanti, le nostre “tecnologie sociali”, cioè regole, regolamenti, istituzioni e strumenti sociali sono rimasti bloccati dalla crisi finanziaria e dalla conseguente paralisi politica. E questo è successo proprio mentre la connettività e i computer hanno accelerato, sono diventati più economici e diffusi tanto da cambiare il potere del singolo, delle macchine e delle idee. Un individuo oggi possiede un potere rivoluzionario: Donald Trump, per esempio, può raggiungere con un Tweet 15 milioni di followers quando vuole, ma le stesse opportunità sono nella mani dello stato islamico in una remota provincia della Siria. Le idee scorrono attraverso i social più veloci e più lontane che mai e il risultato (comprese le fake news) può far cambiare idea e prospettiva, così come è successo per l’apertura culturale verso i matrimoni omosessuali e i diritti transgender.

Una serie di dinamiche destabilizzanti

Ed è così, guardando le cose da lontano – scrive Friedman – che possiamo vedere come la tecnologia, la globalizzazione e Madre Natura (intesa come cambiamento climatico, perdita di biodiversità, impatto della crescita della popolazione) accelerano tutte allo stesso tempo, alimentandosi a vicenda. La globalizzazione genera più globalizzazione che genera più cambiamento climatico e il cambiamento climatico e la digitalizzazione accelerano le migrazioni: i migranti non vogliono le sovvenzioni da parte di un concerto rock in Europa, vogliono arrivare in quell’Europa che vedono sui loro smartphone e usano WhatsApp per organizzare network per arrivarci.

Non stupisce, dunque, che molti occidentali si sentano sradicati. Le due cose che li hanno ancorati al mondo finora – la loro comunità e il loro lavoro – sono destabilizzati: vanno a fare la spesa e incontrano qualcuno velato che non parla la loro lingua, vanno in bagno e trovano qualcuno di un altro genere, vanno al lavoro e un robot sta studiando la loro professione. Per molti, la diversità di persone e idee sta arrivando troppo velocemente, perché vi si possano adattare. L'autore paragona l’accelerazione nella tecnologia, nella globalizzazione e nella natura a un ciclone in cui ci è chiesto di ballare. Trump e i promotori della Brexit hanno sentito l’ansia di molti e hanno promesso di costruire muri contro i venti del cambiamento. "Non sono d’accordo - conclude Friedman -. Credo che la sfida sia trovare l’occhio del ciclone, cioè costruire comunità sane e flessibili, in grado di convivere con le accelerazioni, trarne energia e fornire una piattaforma per la stabilità dinamica dei cittadini al loro interno".

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