Fiscal Compact: cosa si può modificare e cosa no

Resteranno immutati il rapporto massimo deficit/pil al 3% e debito/pil al 60% del pil. Si potrà invece lavorare sulle tempistiche per sistemare i conti pubblici. Determinante la presidenza italiana al semestre Ue

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Fabrizio Goria

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Che qualcosa sia cambiato, in meglio, lo si percepisce non appena si parla con i funzionari della Commissione europea. Rinegoziare, o meglio, armonizzare il Fiscal compact al ciclo economico non è più un tabù. Ma il percorso che porta a una maggiore flessibilità di bilancio è irto di ostacoli. Sarà durante la presidenza italiana dell'Ue che si aprirà una finestra interessante. Lo spazio operativo è però assai poco. Indietro non si torna. Il Fiscal compact non si tocca.

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Tuttavia, si può migliorare. È questo il concetto alla base del pacchetto di misure che costituiscono l'architettura normativa delle finanze pubbliche nell'eurozona. Resteranno fissi i due parametri fondamentali, cioè il rapporto fra deficit e Pil che non deve essere superiore al 3% e il debito, che non deve eccedere il 60% del Pil. Quello che potrebbe mutare sono le tempistiche per il rientro dei conti pubblici dei Paesi che non rispettano il Fiscal compact. Del resto, già Francia e Spagna, e in modo meno evidente ma non per questo meno importante anche l'Italia, hanno ottenuto una deroga sul rientro del disavanzo.

Colpa, o merito, del peggioramento del ciclo economico. Come spiega una fonte diplomatica italiana a Bruxelles, "il vento dell'austerity non è più l'unico che spira nell'area euro". È opinione comune, infatti, che a un processo di consolidamento fiscale che deve continuare bisogna affiancare misure concrete per rilanciare la domanda interna, sempre debole e disomogenea. Tradotto: l'Italia dovrebbe focalizzarsi sull'altra faccia della medaglia, ovvero l'adozione di un ulteriore piano di investimenti strutturali oltre a quelli già posti in essere.

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Parlare di rinegoziazione del Fiscal compact, per Roma, potrebbe essere più difficile del previsto. Due le ragioni collegate all'Italia, una endogena e una esogena. La prima riguarda la credibilità necessaria per avviare un tavolo di discussione su una maggiore flessibilità del patto di bilancio. Per farlo, fanno notare due diverse fonti della Commissione europea, occorre che l'Italia abbia una posizione fiscalmente virtuosa. E così non è, dato che le ultime raccomandazioni di Palazzo Berlaymont non sono state certo leggere. Nonostante non sia giunta la richiesta ufficiale di una nuova manovra di bilancio per garantire una copertura finanziaria alle misure lanciate dal governo di Matteo Renzi, il gap da colmare per i prossimi mesi è di circa 9 miliardi di euro. Soldi che dovranno essere trovati durante il semestre di presidenza italiana. E non si tratta di una novità assoluta. Già nelle previsioni di primavera, la Commissione aveva fatto notare all'Italia la divergenza sull'aggiustamento di bilancio previsto per i prossimi anni. Ora come allora, il Tesoro e Palazzo Chigi continuano a ricordare che tutti gli obiettivi di bilanci previsti saranno rispettati. In realtà, il balletto di cifre non ha fine. A patirne potrebbe essere la credibilità dell'Italia in fase negoziale.

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La seconda ragione è quella più importante, almeno nel lungo periodo. Il pacchetto di misure anti-deflazione lanciato dalla Bce la scorsa settimana ha riaperto la discussione in Germania sugli aiuti, espliciti e non, ai Paesi dell'eurozona periferica. Da Berlino è partita la barricata contro Mario Draghi, colpevole di foraggiare le economie meno virtuose senza che queste adottino le riforme strutturali di cui hanno bisogno. Soprattutto, la Germania ha paura che l'attuale politica monetaria di tassi prossimi allo zero, o negativi nel caso dei depositi presso la Bce, non riesca a risolvere i problemi della periferia della zona euro, lasciando spazio a interventi più massicci.

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In altre parole, nuovi esborsi e nuovi rischi, anche per la Germania. Aprire a un altro trasferimento di denaro dal centro verso l'esterno - così verrebbe concepita una revisione del Fiscal compact dall'opinione pubblica tedesca - non è verosimile. Di contro, fanno notare diversi osservatori delle vicende europee, la Germania potrebbe essere d'accordo a un programma di investimenti mirati, a patto che i Paesi più indietro con le riforme inizino a portarle a compimento.
Da qualunque lato la si guardi, la partita intorno al Fiscal compact resta difficile, ma non impossibile. Questo perché nel prossimo autunno si aprirà una finestra di revisione del Fiscal compact. Dopo due anni dall'introduzione, potrà essere rivisto. Per poter richiedere una maggiore flessibilità, però, l'Italia dovrà portare qualcosa in dono. Ciò significa che dovrà adottare, e in fretta, alcune delle riforme richieste dalla Commissione Ue, come per esempio quella del mercato del lavoro. Dovrà quindi dimostrare di essere capace di invertire la rotta. Considerando la posta in gioco, per l'Italia non si tratta di un do ut des inconcepibile

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