Fidatevi, l’austerità ci renderà tutti più forti

Ecco perché il risanamento dei conti pubblici è un passo doloroso ma fondamentale della politica europea. E perché l’Italia è sulla buona strada.

Nella mappa la variazione registrata dal debito pubblico degli Stati tra il 2007 e il 2012

Angel Gurria

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La crisi finanziaria ha scosso l’Europa fino alle sue fondamenta, creando milioni di disoccupati e colpendo duramente le famiglie e le imprese. Tutto questo ha portato a una perdita di fiducia generalizzata nei mercati, nei governi e nelle istituzioni. I cittadini europei si stanno interrogando sulla capacità dei policy-maker di rispondere efficacemente alle sfide in campo, e stanno diventando via via più impazienti. Ciò che si aspettano dai loro leader è che prendano decisioni coraggiose ma responsabili e che offrano alle nostre società un futuro migliore, in grado di assicurare non solo la crescita economica, ma anche l’uguaglianza e l’integrazione.

La crisi ha creato un’opportunità per attuare riforme necessarie ormai da tempo. I governi di tutta Europa stanno compiendo scelte difficili nel tentativo di risanare le finanze pubbliche. Sanno che tali decisioni non li renderanno popolari, ma sono anche consapevoli del fatto che si tratta di azioni indispensabili, se si vuole ricostruire la fiducia e rafforzare le economie europee. Rafforzare le finanze pubbliche è un punto fondamentale del programma politico dell’Europa. Altrettanto cruciale è la modalità di messa a punto del consolidamento. Con sempre crescenti tagli ai budget, i servizi pubblici dovranno dare prova di maggiore efficienza, offrire un migliore rapporto costo/valore e produrre un impatto reale sulla qualità della vita della gente. Inoltre, occorre nutrire i terreni che alimenteranno la nuova crescita e dunque gli investimenti nel campo dell’istruzione, della formazione, delle infrastrutture e della ricerca e sviluppo vanno preservati il più possibile.

I programmi di consolidamento rappresentano un’opportunità per concentrare l’attenzione su come rimediare agli errori compiuti. L’aumento della diseguaglianza dei redditi, per esempio, rischia di minare la coesione sociale e la performance economica. E il livello di diseguaglianza che si registra in Italia è già al di sopra della media Ocse.

Una maggiore tutela delle fasce più vulnerabili, associata alla garanzia che i più benestanti contribuiscano in giusta misura al prelievo fiscale, deve accompagnarsi a politiche efficaci relative al mercato dell’occupazione, con l’intento di creare maggiori e migliori posti di lavoro, elevare il livello di specializzazione della manodopera e aumentare gli incentivi all’occupazione. Il consolidamento si ottiene inoltre incrementando le entrate. Gli aumenti delle imposte devono concentrarsi sulle aree che presentano il minore impatto negativo sull’attività e sulla crescita economiche. In linea generale, gli aumenti dell’iva, delle imposte sul patrimonio e delle imposte ambientali sono da preferirsi rispetto agli aumenti delle imposte sul reddito delle persone fisiche o sul reddito delle persone giuridiche. In numerosi paesi europei vi è ancora ampio spazio di manovra per ridurre le esenzioni, l’evasione e le inefficienze a livello fiscale.

Non dimentichiamo che i budget subiranno pressioni in altri ambiti. La crisi delle finanze pubbliche ha colpito in un momento in cui l’invecchiamento della popolazione europea sta subendo un’accelerazione e ha già iniziato a mettere a dura prova il sistema pensionistico. Nel 2010 l’Italia è risultata il secondo paese più «vecchio» dell’Ocse, dopo il Giappone, con un rapporto di sole 2,6 persone in età lavorativa per ogni persona in età pensionabile. Innalzare l’età pensionabile effettiva è solo una risposta parziale. I governi devono fare di più per incoraggiare i datori di lavoro ad accogliere lavoratori di età più avanzata, combattendo la discriminazione e adattando i percorsi formativi e le condizioni lavorative alle loro esigenze.

Altre sfide offrono anche altre opportunità. I governi possono ricorrere alle tasse ambientali, attualmente sottoutilizzate, tanto per ottenere delle entrate che contribuiscano al consolidamento quanto per contrastare il problema del cambiamento climatico.

L’Italia sta lavorando su tutti questi fronti per mezzo di riforme ad ampio spettro. L’analisi dell’Ocse mostra che tali riforme sono in grado di generare numerosi effetti concomitanti positivi: l’agevolazione dell’imprenditoria, la promozione della competizione, il miglioramento delle condizioni lavorative, l’incremento della produttività, l’impulso all’innovazione e l’aumento della competitività.

Le riforme del mercato del lavoro recentemente approvate in Italia, se attuate in tutta la loro portata, permetteranno di compiere passi da gigante nell’affrontare annosi problemi, come le notevoli differenze esistenti tra coloro che godono di un’occupazione stabile e i giovani, i lavoratori più anziani, le donne e gli immigrati, spesso assunti con contratti precari e che hanno risentito in modo più pesante del rallentamento dell’economia. Un passaggio chiave delle nuove riforme consiste nella riduzione degli incentivi legati all’assunzione di lavoratori con contratti non a tempo indeterminato.

La crisi ha avuto un effetto catalizzatore sulle riforme, in Italia come in altri paesi di tutta Europa. Vecchie strutture e vecchi modelli comportamentali stanno subendo una trasformazione, ma tali riforme sono necessarie per rendere la crescita a lungo termine più forte, più sostenibile e più equa. I governi devono mantenere questo slancio riformatore, e il successo dell’Italia sarà decisivo per il successo dell’Europa nel suo complesso.
*segretario generale dell’Ocse Fonte: «Il Sole 24 Ore».

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