Economia

Fiat, addio Nuova Punto. Il lancio slitta al 2015

La crisi delle vendite potrebbe spingere Marchionne a rivedere i propri piani, con effetti devastanti sull’occupazione. E la Fornero annuncia un incontro con l’ad del Lingotto

Linea di montaggio di una Punto (Credits: Giorgio Perottino / LaPresse)

Il governo mette in pista il suo decreto crescita con lo scopo preciso di rimettere in moto l’economia, ma per il momento i segnali che arrivano dal fronte produttivo sono tutt’altro che entusiasmanti. Tra le ultime preoccupazioni quella che riguarda i rumors circolati in casa Fiat sullo slittamento del lancio della Nuova Punto. Previsto in un primo momento per il 2013, l’arrivo sul mercato del nuovo modello era stato spostato al 2014. Ora la doccia fredda. Complice la crisi perdurante di vendite del mercato italiano e più in generale di quello europeo , i dirigenti del Lingotto hanno deciso di far scivolare di un anno in avanti l’entrata in produzione della Nuova Punto. Una notizia che, se confermata, suonerebbe come l’ennesimo preoccupante campanello d’allarme per i lavoratori del Gruppo Fiat.

Da tempo infatti circola insistente la voce secondo cui l’amministratore delegato Sergio Marchionne potrebbe essere intenzionato a chiudere almeno un altro dei propri stabilimenti attivi in Italia. Nel caso specifico, l’indiziato numero uno potrebbe essere il sito produttivo di Cassino, dove in effetti dovrebbe essere realizzata proprio la Nuova Punto. Con il ventilato rinvio del lancio, potrebbe infatti risultare antieconomico tenere in funzione uno stabilimento dove al momento i regimi produttivi sono già al minimo.

Ma tensioni e malumori stanno emergendo anche a Melfi, l’altro stabilimento dove da anni si produce la Punto e dove ovviamente si dovrebbe realizzare anche la nuova versione. Da tempo ormai nel sito lucano, che tra occupati diretti e indotto impiega circa 9.000 dipendenti, si ragiona di un futuro produttivo aperto anche a soluzioni alternative alla Fiat, nel caso quest’ultima dovesse decidere di abbandonare il campo.

E se le ricadute occupazionali, come si vede, sono certamente la prima e più pressante preoccupazione delle future scelte in casa Fiat, non da meno sono anche le considerazioni sulle strategie commerciali del Lingotto. Lo slittamento al 2015 della Nuova Punto infatti, sarebbe l’ennesima conferma cha la casa automobilistica torinese da tempo non riesce più a lanciare sul mercato nuovi modelli. Una sterilità innovativa che vede come unica eccezione degli ultimi anni la 500. Le ragioni di questa stasi sono state chiarite dallo stesso Marchionne , che ha più volte ribadito di voler attendere una ripresa decisa delle vendite, prima di ricominciare a produrre nuovi modelli. Un’attesa che però ora si sta facendo sempre più lunga e tormentata, senza contare che nel frattempo altre case costruttrici europee, in particolare le tedesche, stanno reagendo in maniera diametralmente opposta,  immettendo sul mercato modelli sempre nuovi.

E forse anche per fare chiarezza intorno ai programmi produttivi della Fiat, il ministro del Lavoro Elsa Fornero, ha annunciato che nei prossimi giorni incontrerà proprio Sergio Marchionne. Un modo per andare anche incontro alle pressanti richieste del mondo sindacale, che da tempo chiede al governo di inserirsi in maniera più proattiva in una vicenda che vede la Fiat sempre più recalcitrante a rispettare in Italia impegni di investimento presi negli anni passati.

All’orizzonte il pericolo è che si ripetano nuovi drammi occupazionali tipo quello di Termini Imerese. Dopo la fine delle attività della Fiat infatti, lo stabilimento che occupava circa 2.000 operai si trova in un limbo improduttivo in attesa che qualche altra azienda rilevi l’attività. Svanita per il momento la carta Di Risio con la sua Dr Motor , il prossimo 15 settembre la discussione tra le parti riprenderà al ministero dello Sviluppo, e sul tappeto tra le ipotesi c’è anche quella del colosso cinese Chery.

Tutte ipotesi però, con l’unica certezza che al momento gli ex lavoratori Fiat sono parcheggiati in cassa integrazione e il loro futuro appare quanto mai nero. Una prospettiva che gli altri dipendenti dei siti produttivi del Lingotto guardano ovviamente con apprensione, nel timore che i prossimi a ritrovarsi nelle stesse condizioni possano essere proprio loro.

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