Ferrovie dello Stato, perché si è dimesso tutto il Cda

L'accelerata alla privatizzazione dell'azienda, lo scontro tra presidente e amministratore delegato e le altre cause della crisi

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Marcello Messori e Michele Elia rispettivamente Presidente e amministratore delegato di Ferrovie dello Stato – Credits: ANSA

Stefano Caviglia

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 Il Consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato spa ha rassegnato le dimissioni. Lo conferma l'azienda in una nota, aggiungendo che un'assemblea per la nomina del nuovo Consiglio sarà convocata il più presto possibile. Riproponiamo un articolo sullo scontro interno nell'azienda.

Lo scontro fra Marcello Messori e Michele Elia, presidente e amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, sta per concludersi in modo insolito: nessun vincitore e (forse) due perdenti.

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Secondo indiscrezioni trapelate dall’ultimo consiglio dei ministri, il governo avrebbe deciso di dare una svolta per procedere in modo più spedito alla privatizzazione del gruppo, alla cui guida potrebbe andare Renato Mazzoncini amministratore delegato della controllata di Fs Busitalia, che nel 2012 fece l’accordo con l’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi per la privatizzazione dell’azienda tranviaria fiorentina. Le sue quotazioni sembrano  nettamente più forti di quelle di altri candidati come l’ex direttore generale della Rai Luigi Gubitosi.

Il prossimo cda

La prima tappa di questo processo dovrebbe andare in scena con le dimissioni della maggioranza dei consiglieri al prossimo consiglio di amministrazione, fissato per giovedì 26 novembre. A quel punto non è da escludere un rinnovamento completo di questo organismo, portato da 5 a 9 persone a maggio del 2014 dall’allora ministro dei Trasporti Maurizio Lupi (in un’epoca in cui tutti gli altri consigli pubblici venivano ridotti). Fu solo la prima di una lunga serie di bizzarrie e mosse incongrue da parte di tutti i protagonisti di questa vicenda.

Il piano di Messori

Proprio sul tema che sta più a cuore al governo cominciarono subito a litigare Messori ed Elia. Il primo, un economista di scuola liberale cui erano state lasciate un po’ a sorpresa le deleghe per la privatizzazione, presentò rapidamente un piano mai reso pubblico per separare dal resto le attività più redditizie, come i servizi ad alta velocità, il patrimonio immobiliare, la società Grandi Stazioni. L’intento era metterne sul mercato una quota di minoranza, lasciando il resto, anzitutto la rete ferroviaria storica, in Fs.

Il "no" di Elia e del governo

Il progetto fu subito osteggiato da Elia e, per ragioni che non sono mai state chiarite, bocciato dal governo. A quel punto in teoria Messori avrebbe dovuto dimettersi, oppure allinearsi, ma non fece nessuna delle due cose. Rimase al suo posto e si limitò a restituire le deleghe, che andarono ad Elia, uomo di grande competenza tecnica (già presidente della società della rete Rfi e fedelissimo dell'ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti) ma con maggiori difficoltà in campo manageriale. I due hanno continuato a beccarsi di tanto in tanto, ma nessuna scelta è stata fatta e tutto è rimasto congelato.

E ora, cosa farà il Governo?

Ora pare che finalmente il governo abbia deciso di mettere fine allo stallo. Per fare cosa, nessuno lo sa. Il decreto del presidente del consiglio dei ministri appena presentato dice solo che si vuole privatizzare il 40 per cento e conservare il controllo della rete ferroviaria. Ma il 40 per cento di che cosa? Nel pacchetto ci sarà anche la rete oppure no? La domanda è più che legittima, perché uno dei problemi da affrontare è l’eccessivo valore di Fs, stimato oltre i 30 miliardi, che renderebbe una quota di minoranza di quelle proporzioni un boccone di gran lunga troppo grosso per il mercato.

Se l’intento è replicare il risultato ottenuto con la privatizzazione di Poste Italiane, portando a casa i soliti 3-4 miliardi per alleviare un po’ i bilanci pubblici, ci sarà bisogno di una selezione molto accurata degli asset da mettere in vendita. Un lavoro che, a giudicare da quanto si è visto finora, potrebbe essere ancora da fare.

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