Fallimenti e liquidazioni record nel 2012

Con 12 mila fallimenti, 2 mila procedure non fallimentari e 90 mila liquidazioni, il 2012 è stato l'anno nero per le imprese italiane secondo il Cerved

Il 2012 è stato un anno record per fallimenti e liquidazioni delle imprese italiane. (Credits: Getty Images)

Eleonora Lorusso

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Con 12.000 fallimenti, 2.000 procedure non fallimentari e 90.000 liquidazioni, il 2012 è l'anno nero per le imprese italiane. Ben 104.000, infatti, hanno dovuto chiudere i battenti, causa crisi, con un incremento del 2,2% rispetto al 2011. Ma le brutte notizie non finiscono qui, perchè nel 2013 il trend resterà probabilmente lo stesso.

A dirlo sono i dati del Cerved , che analizza i dati sulle imprese e i loro fallimenti, secondo cui il rischio di insolvenza delle società italiane (Cerved Group Risk Index), grandi o piccole, toccherà il picco di 72,3 punti, su una scala da 0 a 100, in leggero aumento rispetto ai 72,2 punti del 2012. Per poter vedere una leggera ripresa, e dunque un calo dei tassi di decadimento, bisognerà attendere la fine dell'anno, anche se secondo l'outlook della società di analisi l'andamento resterà identico anche nel 2014.

"Colpa della crisi, certamente, che sta colpendo le imprese italiane come un'onda lunga" ci spiega l'Amministratore Delegato di Cerved, Gianandrea De Bernardis. "Credo che stiamo vivendo una crisi lunghissima e purtroppo la fine non è imminente. È come se corressimo una maratona: il momento più difficile è verso i 3/4 di gara e noi ci troviamo a questo punto".

"Il vero problema è che questa congiuntura, dopo aver iniziato a colpire le imprese più piccole, ha poi interessato anche di dimensioni maggiori. E da altre ricerche emerge che la forbice tra le due è in continuo aumento".

Ma si tratta "solo" di crisi globale o c'è anche un problema di credit crunch?

Certamente il credit crunch ha un peso molto forte. Del resto, il problema della stretta sul credito da parte delle banche è dovuto al fatto che c'è molta "fame" di liquidi in giro, sia per poter investire sia per gli allungamenti dei tempi di pagamento. Le banche, dal canto loro, sono ora molto più selettive che in passato, razionano molto di più il proprio denaro e a rimetterci sono naturalmente le imprese più deboli. Per l'Italia, fatta soprattutto di piccole e medie imprese, si tratta di un duro colpo. I dati mostrano come in effetti ci sia una forte correlazione tra la solidità e il rating assegnato alle imprese, e la loro dimensione. D'altro canto la quantità di debito delle aziende italiane è quasi tutto bancario, a differenza delle realtà di altri Paesi europei, come Francia e Germania, dove si è intrapresa la strada dei minibond.

Ma com'è la situazione in queste realtà europee? Ci sono meno fallimenti?

Dipende da come la legge interpreta il concetto di fallimento. Anche in Italia, dopo la modifica delle norme, si è assistito ad un brusco calo di fallimenti (dal 2007, infatti, sono escluse dall'ambito di applicazione della legge le imprese di piccole dimensioni). Ma i dati ora mostrano un nuovo forte incremento: se nel 2006 se ne erano registrati 10.439 e nel 2007 6.156, nel 2012 si è saliti a 12.000.

L'impatto più forte della recessione si è avuto nel comparto dei servizi (+3,1%) e delle costruzioni (+2,7%), mentre la manifattura, pur con un numero di fallimenti che rimane critico, ha registrato un calo del 6,3% rispetto al 2011. Ma se i fallimenti sono aumentati soprattutto nel Nord-Ovest (+6,6%) e nel Centro (+4,7%), nel Nord-Est sono diminuiti. Come mai?

In realtà questo dato è compensato da un altro elemento, molto preoccupante: l'aumento delle liquidazioni, che proprio nel Nord-Est ha visto un balzo di 8,6 punti percentuali, portando le chiusure a superare quota 20.000. Dietro questi numeri ci sono realtà molto differenti tra loro: si va dai passaggi generazionali nelle aziende agli imprenditori che si stufano. Ho sentito io stesso molti imprenditori che si lamentano di non avere più i marigni di guadagno di prima e di non poter più lavorare con una quota di "nero", e per questo ritengono che non ne valga più la pena. Sono coloro che chiudono o che decidono di trasferirsi all'estero.

Sono molti, secondo Lei?

Se si potessero tracciare numericamente si avrebbe la conferma che sono molti gli esodi soprattutto dal Nord Italia alla Svizzera, dove il contesto garantisce un livello reddituale maggiore.

Un dato preoccupante, che si unisce al fatto che ad essere colpiti dalla crisi sono soprattutto i settori tipici del Made in Italy: il sistema casa ha perso il 7,9%, la moda il 7,1%, i beni intermedi il 5,5% e la meccanica il 5,1%.

Sono dati importanti, che vanno uniti a quelli delle liquidazioni volontarie e dei trasferimenti di cui parlavo prima. Ma c'è infine un altro indicatore importante che emerge dalle nostre ricerche: è il rapporto tra la chiusure volontarie e lo stato di salute delle aziende. Abbiamo infatti osservato che molte di quelle messe in liquidazione nel 2012, l'anno prima avevano un rating positivo, erano solide e dunque avrebbero avuto i requisiti per poter andare avanti.

Paura di andare avanti e investire in un clima di incertezza generale?

Forse sì, anche perchè c'è stato anche un incremento notevole dei concordati preventivi, che ha particolarmente irritato le banche perchè hanno effetti retroattivi.

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