Vantaggi e svantaggi del libero scambio

La globalizzazione non si può fermare, ma per farla funzionare bisogna investire in formazione

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Protesta contro l'accordo di libero scambio Europa-Stati Uniti – Credits: THIERRY ROGE/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Quando si parla di libero scambio, sono tanti gli economisti che si ritrovano a citare David Ricardo e il concetto di "vantaggio comparato" da lui elaborato nel 1817. Si tratta di un principio molto semplice: da un punto di vista prettamente economico, è possibile individuare per ogni paese un settore di produzione "più vantaggioso" di altri. Ecco quindi che se le singole nazioni riescono a specializzarsi nella produzione che risulta per loro più conveniente, tutte potranno trarre benefici maggiori dal commercio. Che si trasforma dunque in una sorta di "produzione indiretta", più efficiente di quella diretta.

I vantaggi del libero scambio

Se il commercio è vantaggioso perché permette ai singoli paesi di approvvigionarsi all'estero per tutto quello di cui hanno bisogno senza sprecare le proprie risorse in maniera inefficiente, è evidente che per rendere questi scambi equi per tutti l'ideale sarebbe eliminare ogni tipo di tariffa, diretta o indiretta che sia. E questo è ciò che i sostenitori del libero scambio e della globalizzazione hanno sempre sostenuto.

Crisi economiche e disoccupazione

Negli ultimi anni, però, come ricorda bene The New Yorker, le cose sono molto cambiate. Crisi economiche, delocalizzazioni, mobilità estrema della forza lavoro, sono tutti fenomeni che hanno stravolto gli equilibri del mercato mondiale, e non tutti i paesi sono riusciti a modificare la propria struttura economica per interiorizzare e gestire questi cambiamenti.

Oggi, ricorda sempre The New Yorker, globalizzazione e libero scambio sono considerati i responsabili di tutte le difficoltà che affliggono il sistema economico e finanziario globale, tant'è che gran parte delle nuove iniziative di libero scambio vengono criticate proprio perché si presume possano peggiorare una situazione già difficile. Eppure, spiega la rivista americana, quello che tanti decisori non hanno ancora capito è che non si possono affrontare i problemi di oggi con strategie vecchie e inadeguate.

Globalizzazione vs protezionismo

I nodi più critici da sciogliere sono questi:

1) Commercio internazionale: che ci si voglia credere o no, il 60 per cento del commercio avviene all'interno delle singole aziende. Sono quindi le multinazionali che, con sedi sparse ai quattro angoli del pianeta, smistano progetti, linee di assemblaggio e imballaggio laddove è per loro più conveniente. Sfruttando, quasi superfluo ribadirlo, il vantaggio comparato dei vari paesi in cui operano. E rendendo impossibile un ritorno al protezionismo.

2) Nei paesi industrializzati, quelli che negli anni della crisi finanziaria globale hanno sofferto di più in termini di disoccupazione, ogni anno decine di migliaia di posizioni restano scoperte perché non è possibile trovare lavoratori sufficientemente qualificati per ricoprirle. Di chi è la colpa? Della globalizzazione o di un sistema formativo che non è riuscito a rimanere al passo coi tempi?

3) La retorica del ri-spostare gli impianti di produzione in patria è imprecisa e fuorviante, perché non pone mai l'accento su un dettaglio importantissimo che questa operazione richiederebbe, vale a dire la meccanizzazione massiccia degli impianti in questione. I paesi che hanno delocalizzato non possono comunque permettersi, per motivi di costi, di ricominciare a produrre in patria. Per farlo dovrebbero mettere in conto enormi investimenti per automatizzare le varie catene di montaggio. Risultato: costi enormi a fronte di un effetto nullo sui tassi di occupazione della forza lavoro non specializzata. Che in questo caso verrebbe sostituita dai robot.

Libero scambio: quando è utile e quando no

Che fare dunque? Rilanciare gli accordi di libero scambio? Certamente sì, sostiene il New Yorker, ma a determinate condizioni, bisognerebbe aggiungere. Ovvero che i governi iniziano ad investire di più in formazione in maniera da permettere ai disoccupati non specializzati di trovare lavoro, e che gli accordi di libero scambio siano effettivamente tali, e non strumenti economici utilizzati per realizzare scopi politici, come, solo per citare l'esempio più lampante, limitare l'influenza del commercio cinese nel Sudest Asiatico, che invece sembra essere la priorità principale, se non unica, della Trans-Pacific Partnership.

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