La Grecia spegne la tv e le speranze di ripresa

La televisione pubblica Ert era (economicamente) un colabrodo. Ma è la mentalità del Governo che sta trascinando il Paese in una recessione senza fine

Un manifestante davanti alla sede di Ert, la tv pubblica chiusa dal Governo greco (Credits: Milos Bicanski/Getty Images)

Marco Pedersini

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Il governo greco è stato battuto persino online: non appena ha annunciato il nome della futura emittente statale (Nerit, nuova radio televisione e internet ellenica ), il blog Troktiko è corso a registrare il dominio nerit.gr. Così, se provate ad andare sul sito internet della futura tv pubblica, trovate una faccia sghignazzante e una diretta in streaming delle proteste contro la sospensione di Ert. 

Non è facile difendere Ert: la radiotelevisione pubblica, al momento sospesa, era un colabrodo in grado di perdere 300 milioni di euro all'anno (la Rai si ferma a 200, se si escludono i 53 milioni di euro necessari per i prepensionamenti). Non si vede come un paese con un sesto degli abitanti dell'Italia possa giustificare 7 canali radiofonici statali per la capitale, più 19 locali e 3 per Salonicco. La popolarità delle reti Ert non era da record: arrivavano intorno al 20 per cento dello share della giornata televisiva (quello delle reti Rai nel 2012 è stato del 39,8 per cento, con Rai1 al 18,39 per cento).

Ci vuol fegato però anche per applaudire la decisione del governo. Può darsi che, come ha scritto il Financial Times, sospendere Ert fosse "un male necessario", nell'attesa del lancio di una nuova emittente statale con la metà del personale (1.200 contro i 2.700 attuali). "Abbiamo provato più volte a cambiare le cose in Ert ma non ci siamo mai riusciti", ha detto il portavoce del governo, Simos Kedikoglou, per giustificare l'interruzione improvvisa del servizio. 

È la riedizione in scala di una mentalità che sta trascinando la Grecia sempre più in basso (al contrario delle previsioni rosee di alcuni giornali, nel 2013 l'economia greca dovrebbe contrarsi di un ulteriore 4%). L'86 per cento dei greci non paga le tasse (lo dice il Fondo monetario internazionale)? La risposta, per il governo, sta per essere una tassazione unica sulla casa ben più crudele dell'Imu. Non si riescono a riformare le professioni e a razionalizzare la macchina statale? Si taglino 180 mila dipendenti statali, come ha annunciato il premier Antonis Samaras: "È un miglioramento del settore pubblico", ha detto, come se bastasse qualche sforbiciata per rimediare ai decenni di cattiva amministrazione. 

I socialisti del Pasok provarono a mettere ordine nella tv di stato due anni fa. Il partito del premier Samaras, allora all'opposizione, si mise di traverso. Il gioco è ricominciato a parti invertite: ne beneficiano gli indignati d'occasione (che hanno promosso un appello di 50 emittenti pubbliche, a cui se ne somma uno online ), la sinistra più dura ("È un golpe contro la democrazia", ha detto il leader si Syriza Alexis Tzipras, da mesi scomparso dai radar). Il sistema di potere continua a scaricare la necessità del cambiamento sugli altri e i cittadini sono sempre più disillusi. E l'economia continua ad arrancare, perché ad Atene poco è cambiato

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