Le tre sfide di Junker alla Commissione Ue

Un piano da 300 miliardi in tre anni per: mantenere i flussi di capitali in entrata in Europa, non cedere sul rigore di bilancio dei singoli stati e portare a buon fine l'unione bancaria

Jean-Claude Juncker, numero uno della Commissione Ue ( – Credits: ANSA

Fabrizio Goria

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Jean-Claude Juncker sa che il suo non sarà un compito facile. Come presidente della nuova Commissione Ue dovrà evitare che l’eurozona finisca con entrambe le gambe nelle sabbie mobili della stagnazione economica. E per farlo alle parole dovranno seguire i fatti. Per ora, quest’ultimi non ci sono. Le promesse elettorali - maggiori risorse per la ripresa e per la lotta alla disoccupazione - ci sono tutte, ma ora dovranno essere messe in pratica. Sullo sfondo, tuttavia, c’è un sistema bancario ancora instabile e che necessiterà di una Commissione inflessibile.

Juncker, parlando di fronte al Parlamento europeo che deve ratificare la sua designazione alla Commissione, ha promesso molto. Il lussemburghese si è impegnato a presentare un piano per crescita e occupazione da 300 miliardi di euro in tre anni. Molto sulla carta, dato che il budget europeo prevede una spesa di 134 miliardi di euro nel 2014, 135 nel 2015 e via via, fino ad arrivare a 140 miliardi nel 2020. Poco nella pratica, perché fino a quando non ci sarà un prospetto di spesa, con relativi vincoli, non si possono trarre delle conclusioni. Negli ambienti europei si vocifera già che il Piano Juncker farà la fine del programma lanciato dal presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, alla metà del 2012. I 200 miliardi di euro promessi per la ripresa dell’area euro sono finiti nel dimenticatoio.

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La sfida principale di Juncker è contro se stesso. In primis la Commissione deve dimostrare che il cambiamento di verso tanto desiderato è reale. Difficile che il lussemburghese possa essere il deus ex machina della situazione, considerata la sua esperienza (e le sue colpe) nella gestione della crisi dell’eurozona. Le sfide che ha di fronte sono molte, ognuna delle quali capace di destabilizzare l’area euro e vanificare gli sforzi fatti finora.

- La più significativa è quella rappresentata dai flussi di capitali in entrata. Dalla seconda parte del 2013, fino allo scorso giugno, è avvenuto un fenomeno particolare. Una volta capito che la Federal Reserve stava per avviare l’exit strategy dal Quantitative Easing in terza versione, i maggiori fondi d’investimento statunitensi hanno cominciato a diversificare. Data la nuova normalità nell’eurozona, dettata dalle misure della Banca centrale europea assunte nel settembre 2012 (le Outright Monetary Transaction), e i bassi prezzi degli asset europei, i fondi hanno ricominciato ad allocare denaro in Europa. Wall Street ai massimi e i timori della tenuta dei mercati emergenti hanno fatto il resto, alimentando l’appetito. L’obiettivo, di conseguenza, dovrebbe essere mantenere invariato questo flusso. Come? Tramite riforme strutturali, una nuova governance a livello comunitario e più credibilità sui conti pubblici. “I flussi di capitale stranieri stanno calando in luglio”, ha notato la scorsa settimana Natixis. Per evitare che il torrente si inaridisca, la via è quella descritta poc’anzi, ricorda la banca francese.

- Un’altra sfida è quella sulla tenuta dei conti pubblici dei Paesi meno virtuosi. La calma sui mercati finanziari ha indotto in tentazione chi finora ha mantenuto dritta la barra della spesa. Stati membri come Italia, Spagna e Francia hanno iniziato una guerra di trincea, nemmeno troppo silenziosa, contro il rigore di bilancio. Da più parti si invoca maggiore flessibilità e nuove regole contabili per l’euro area. Ma Juncker sa che un cambiamento in corsa dell’assetto fiscale comunitario potrebbe risultare agli occhi degli investitori internazionali come un brutto segnale. Non deve succedere ancora ciò che è successo per il Trattato di Maastricht, prima approvato poi derogato fino alla sua totale alterazione. Il Fiscal Compact, spiegano fonti diplomatiche, non è in discussione. E non ci saranno slanci in avanti sul fronte della flessibilità. “Quella esistente è sufficiente per gestire la finanza pubblica in modo che siano contemplati anche investimenti strutturali”, ha detto nei giorni scorsi anche il ministero delle Finanze tedesco.

- La terza, e più grande, sfida è legata al sistema bancario. L’unione bancaria deve essere ultimata entro i tempi e i modi stabiliti negli ultimi due anni.

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Così come l’introduzione dell’euro è stato una delle più grandi promesse fatta dall’Ue ai mercati finanziari, lo stesso è per l’unione bancaria. Una volta completata l’Asset Quality Review della BCE, che comprenderà anche un significativo stress test, si dovrà agire nei confronti degli istituti di credito in difficoltà. Si dovrà quindi applicare alla lettera la direttiva Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), senza favoritismi e senza vergogna. Questa è forse la missione più grande della Commissione Ue nei prossimi anni, in quanto gli investitori si attendono il pugno di ferro nei confronti della banche meno virtuose. Un esempio di quello che sarà la reale efficacia della BRRD si potrà vedere già con il Banco Espirito Santo, la banca portoghese sull’orlo del salvataggio per via di malversazioni contabili. “Nessuna indulgenza con chi sbaglia”, chiedono i mercati. Sarà Juncker a dare la risposta, sperando dia quella giusta.

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