Euro

Spread, perché l'Italia non ispira più fiducia

Il differenziale con il Bund torna sopra i 350 punti, male l'asta dei Btp. Colpa dell'incertezza politica: il maggiore gestore di fondi al mondo riduce l'esposizione sui titoli di Stato italiani

Il logo di Moody's presso la sede di New York dell'agenzia di rating – Credits: ANSA/ANDREW GOMBERT)

L’Italia torna al centro delle preoccupazioni degli investitori. Lo rivela lo spread , il differenziale tra i titoli di Stato decennali nostrani e quelli tedeschi, che sono il parametro di riferimento per l’Eurozona.

E non è certo una novità: gli italiani hanno imparato a monitorarlo dalla fine del 2011, quando per il Paese si prefigurava un finale in stile Atene.

Ieri appunto lo spread è tornato a salire, sfiorando i 350 punti (347) dai 326 della chiusura di martedì, anche se siamo ancora lontani dal quel 574 toccanto nel novembre 2011, che spinse Berlusconi alle dimissioni e Monti a Palazzo Chigi.

Stamattina in apertura lo spread ha toccato i 356 punti base per un tasso di rendimento al 4,82%. Passato indenne in mezzo alla crisi bancaria cipriota, insomma, ad alimentare le tensioni sul nostro debito sovrano in questi giorni hanno contribuito altri fattori.

Gli analisti indicano la possibile estensione del modello Cipro (leggi prelievo forzoso sui conti correnti) anche in altri Paesi - e l’Italia è l’indiziato numero uno - magari come soluzione una tantum per abbattere il debito pubblico.

Poi sono circolate voci di un nuovo taglio al rating sul debito italiano da parte di Moody’s che fino ad oggi ha mantenuto un giudizio di Baa2 con outlook negativo, che indica una qualità del rating medio basso allo stesso livello della Bulgaria e del Brasile (qui una tabella di confronto dei giudizi dati da Moody's, S&P, Fitch e e dalla cinese Dagong su Teleborsa).

Una bocciatura spingerebbe invece l’Italia sulla soglia (Baa3 come Spagna e Romania) o addirittura nel cesto degli investimenti considerati speculativi (alla stregua del Portogallo a cui Moody’s ha assegnato un Ba3), facendo schizzare in alto i rendimenti dei nostri titoli e rendendo così più oneroso il pagamento degli interessi ai creditori a cui ogni anno destiniamo 80 - 90 miliardi di euro dalle casse dello Stato.

Il faro di investitori e agenzie di rating, ovvio, è puntato sulla politica, in particolare sulle capacità del leader del Pd Pier Luigi Bersani di formare il più presto possibile un nuovo governo, come ha spiegato il responsabile per l’Italia di Moody's, Dietmar Hornung.

L'impressione dei mercati, infatti, è che la situazione di stallo duri ancora a lungo. Troppo a lungo. Tanto che BlackRock, il maggiore gestore di fondi comuni al mondo, come riporta il Wall Street Journal, ha cominciato a ridurre nei giorni scorsi la propria esposizione sui titoli di Stato spagnoli e italiani, sui quali era tornato ad investire massicciamente a inizio anno, ed è pronto ad ulteriori tagli se la situazione nell'Eurozona dovesse peggiorare.

E la politica in Italia certo non aiuta: il ritorno alla stabilità nelle due camere appare sempre più lontano agli investitori, nonostante gli sforzi di Bersani, mentre aumentano le probabilità di un ritorno alle urne in estate, a cui seguirebbe forse un altro risultato incerto; uno scenario, quest'ultimo, che la quasi la totalità dei fondi di investimento vorrebbe evitare.

"I mercati - si legge infatti in un recente commento della casa di gestione transalpina La Francaise AM - cercheranno quindi nelle prossime settimane delle garanzie di stabilità e una rassicurazione sulla tenuta della finanza pubblica, elementi per nulla scontati, sebbene la tendenza recente del bilancio dell'Italia sia piuttosto rassicurante".

Che gli investitori siano tornati a guardare con attenzione le implicazioni dello scenario politico sul profilo di rischio del Paese, lo conferma anche il mezzo flop all’asta di medio – lungo termine di mercoledì con 100 milioni di euro rimasti invenduti, rispetto al target massimo di 4 miliardi previsto per i titoli a 5 anni, e tassi tornati ai massimi da ottobre (a 3,65% da 3,59% di un mese fa), anche se i titoli decennali hanno fatto il pieno con un rendimento in leggero ribasso al 4,66%.

Insomma, l’incertezza più che sul lungo questa volta è sulla parte breve, anche se per gli analisti il livello dei tassi non è da emergenza.

Per capirci, siamo ancora sotto la soglia del 6%, sfondata il 30 maggio 2012 (quando lo spread superò i 470 punti) in seguito ai timori di un contagio dal settore bancario spagnolo, crollato in seguito al crac di Bankia .

© Riproduzione Riservata

Commenti