Quantitative easing e piano Junker: mettiamoli insieme

L'impatto sull'economia dell'Eurozona sarebbe maggiore. Certo, servono riforme interne alla Ue. Ma se non ora, quando?

Mario Draghi

Mario Draghi, presidente della BCE – Credits: EPA/BORIS ROESSLER

Pino Arlacchi

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Non credo che le misure appena adottate dalla BCE avranno gli stessi effetti del Quantitative Easing americano (QE). Non saranno sufficienti per accrescere i redditi reali, ridurre la disoccupazione ed abbassare il rapporto tra debito dei governi e PIL. È vero che il "bazooka" di Draghi accelererà il deprezzamento dell’ euro rispetto al dollaro e rilancerà le esportazioni extra-comunitarie che sono la metà delle nostre esportazioni totali. Ed è vero che, in linea di principio, aumentando la liquidità del sistema finanziario si mette più denaro a disposizione per gli investimenti delle imprese e per le spese delle famiglie.

Ma il QE europeo cade in un contesto ben diverso da quello in cui si è trovata la Federal Reserve USA nel 2008, quando iniziò il suo enorme programma di acquisti. Allora si trattava di salvare una serie di banche ed istituzioni finanziarie sull’orlo del collasso dopo il fallimento di Lehman Brothers. C’era il rischio di crolli a catena per carenza di fiducia interna alle relazioni tra le banche, e le misure di emergenza di Ben Bernanke, uno studioso della Grande Crisi, evitarono il ripetersi del disastro degli anni ’30.

Nel 2008, inoltre, i tassi di interesse a 10 anni sui buoni del Tesoro americano erano vicini al 4%. L’ acquisto massiccio di titoli da parte della FED fece precipitare i tassi fino all’ 1,5%. La caduta dei tassi spinse gli investitori a comprare azioni alzandone i prezzi. Ed abbassò il costo dei mutui fondiari che fecero riprendere i prezzi delle case. Il risultato fu un forte aumento del reddito delle famiglie che si trasferì sui consumi, e quindi sulla produzione e sull’occupazione.

Nell’Europa di oggi non siamo di fronte a un pericolo di collasso delle principali banche, che non sembrano a rischio. Ed i tassi di interesse a lungo termine sono da noi estremamente bassi, vicini ormai allo zero. L’effetto sul mercato azionario di un ulteriore discesa dei tassi si profila perciò minimo, anche perché il possesso di azioni da parte delle famiglie europee non è così diffuso come in America. Il rialzo dei prezzi delle azioni, perciò, non accrescerà più di tanto la ricchezza delle famiglie e non stimolerà i consumi come negli USA.

I veri beneficiari del programma

I principali beneficiari del programma di acquisto dei bond da parte della BCE saranno perciò le banche ed i governi dei paesi membri dell’ Unione. I governi ne trarranno vantaggi soprattutto in termini di riduzione del peso del servizio del debito che potrebbe consentire tagli fiscali, e le banche riceveranno una iniezione di capitale che in circostanze normali si dovrebbe trasferire in un aumento dei prestiti alle imprese e in un incremento degli investimenti.

Ma è improbabile che ciò avvenga. Perchè a) i tassi di interesse europei sono già molto bassi; b) i tenui tassi di interesse non spingono le imprese a prendere in prestito fondi per investire se non c’è domanda per i loro prodotti, c) individui e famiglie non prendono in prestito soldi per aumentare i loro consumi se sono preoccupati del loro futuro.

L’incremento della domanda su cui far ripartire l’economia europea non può quindi partire dalla sola politica monetaria della BCE, né dal settore privato, che non è motivato a crearla. Ma una politica economica diversa della BCE, non solo monetaria, affiancata a quella dell’ Unione europea e dei suoi governi, invece, è perfettamente in grado di svolgere questo compito.

Tutto dipende dalla capacità di prendere le decisioni necessarie. Il problema di fondo dell’ uscita dalla stagnazione di questi anni è politico e non economico. Le risorse ci sono, come dimostrato da quelle di cui dispone la BCE, e che appartengono, in fin dei conti, ai cittadini europei.

Se il bazooka della BCE fosse rivolto a finanziare, tramite le misure necessarie, un grande piano di investimenti – in infrastrutture, informatizzazione, istruzione, ricerca e innovazione – allora sarebbe realistico attendersi un risultato di stimolo alla domanda, alla produzione e all’occupazione all’interno dell’Unione europea.

Sulla carta questo piano esiste già, ed è il cosiddetto Piano Junker, presentato dal Presidente della Commissione europea come il veicolo per uscire dall’ austerità. Ma il Piano Junker si è screditato da solo, perché concepito nei termini di una semi-truffa. A fronte dei 500 miliardi di euro ritenuti disponibili per finanziarlo, ce ne sono solo in realtà solo 20, e distribuiti per giunta in dieci anni.

I provvedimenti di Draghi, invece, non sono una truffa, perché si tratta di 1000 miliardi e più immessi nel sistema finanziario in solo due anni. Perché tenere questi fondi da una parte e il Piano Junker dall’altra?

Si è formato un largo consenso sul fatto che per rilanciare la crescita in Europa c’è bisogno di un rilancio della spesa pubblica. C’è un grande bisogno, anche in Germania, di investimenti in infrastrutture. Senza, i miliardi di euro stampati dalla BCE, invece di far ripartire come negli Stati Uniti l’occupazione e i prezzi, rischiano di creare una bolla speculativa su alcune attività.

La proposta

Perché questi due provvedimenti – piano Junker e QE -  non possono essere unificati dentro un unico disegno di crescita? Non sono entrambi risorse dell’Unione che dovrebbero stare al servizio dei suoi interessi, e di quelli dei suoi cittadini, che vogliono più crescita e più occupazione?

So che per fare questo ci vogliono riforme non di poco conto dell’architettura dell’Unione, a cominciare dallo Statuto della BCE. Ma se non le mettiamo sul tavolo adesso queste riforme, sfruttando l’opportunità della crisi, quando lo faremo?  L’integrazione di queste due misure potrebbe anche essere il centro di un salto di qualità della governance europea.

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