Arriva il Quantitative Easing europeo. Ma non è detto che basti

Per tirar fuori l'eurozona dalla sabbie mobili, la Bce è pronta a iniettare ingente liquidità sul mercato comprando titoli. Ma sarà inutile senza nuove politiche industriali da parte dei governi - Deflazione - Disoccupazione

Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea – Credits: DANIEL ROLAND/AFP

Fabrizio Goria

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L’Italia è, dunque, ufficialmente in deflazione .

In agosto, l’indice generale dei prezzi al consumo è calato di due decimali rispetto al mese precedente.
La situazione italiana, quindi, potrebbe essere uno dei motivi, non certo l’unico ma uno dei più importanti, per il lancio di un massiccio programma di acquisto di titoli da parte della Banca centrale europea (Bce). Il Quantitative Easing (QE) in salsa europea è sempre più vicino. Ma non è detto che basti a tirar fuori l’intera eurozona dalle sabbie mobili nelle quali si trova.

Disoccupazione a livelli insostenibili nel lungo periodo, deflazione e contrazione del Pil.

L’Istat ha regalato all’Italia di fine agosto una doccia gelata ben più significativa dell’Ice Bucket Challenge. I numeri diramati dall’istituto nazionale di statistica non ammettono interpretazioni positive.

Tasso di disoccupazione: +12,6% in luglio, contro il 12,3% di giugno.
Inflazione: -0,2% in agosto su base congiunturale, +0.8% su base tendenziale.
Pil: confermato il -0,2% nel secondo trimestre dell’anno.
Cifre che fanno paura ben più del rischio di convertibilità dell’euro che tanto impensieriva economisti, analisti e policymaker fino all’estate di due anni.

Le possibilità che la Bce lanci un proprio programma di allentamento quantitativo sullo stile statunitense crescono sempre più.
La riunione del Consiglio direttivo prevista per il prossimo giovedì, il 4 settembre, sarà fondamentale per comprendere che direzione prenderà Mario Draghi.

Da un lato c’è un’eurozona che sta vivendo una ripresa economica debole, fragile, disomogenea e vulnerabile agli shock, sia esogeni sia endogeni. Dall’altro ci sono paesi che, a suon di proclami, hanno cercato di convincere l’opinione pubblica domestica che per risolvere i problemi interni bastasse rivitalizzare la domanda interna tramite l’infusione di ottimismo. La situazione italiana ha dimostrato, e dimostra, che così non è.

In mezzo c’è una banca centrale con un mandato preciso, ovvero la stabilità dei prezzi. Un target, un tasso d’inflazione prossimo al 2% annuale, che finora non è stato raggiunto e che, probabilmente, sarà raggiunto solo fra due anni. Troppo tardi, quindi. Anche perché la frammentazione dell’area euro, già evidente sotto il profilo del Pil o dei conti pubblici, lo è ancora di più se si guarda all’indice generale dei prezzi al consumo. Il cuore da una parte, la periferia dall’altro.

Il QE della Bce arriverà. Ne ha parlato Francoforte in modo nemmeno troppo implicito, ne sono sicuri gli investitori istituzionali. Fra questi, il Credit Suisse. Nel suo ultimo rapporto sull’economia della zona euro, rilasciato ieri, ha spiegato che entro la fine dell’anno arriverà il tanto bramato programma di acquisto di titoli, anche se non è chiaro se riguarderà solo il settore privato (quindi le Asset-backed security, o Abs) o anche il segmento dei titoli governativi.

I governi, nel caso le aspettative dei mercati diventassero realtà, non dovranno però cadere nell’errore di pensare che il loro compito sia terminato.

Se la Bce lancerà il QE lo farà per tre motivi su tutti.
Primo, perché è fuori target per l'inflazione, ovvero la giustificazione ufficiale.
Secondo, per garantire un margine temporale significativamente elevato ai governi per completare il lavoro in cantiere che, specie nel caso dell’Italia, è ancora molto.
Terzo, per non disattendere le aspettative degli investitori, fattore che potrebbe compromettere, o rallentare, l’operato dei governi. Va infatti ricordato che negli ultimi tre mesi, il flusso di capitali esteri verso l’area euro, che era stato uno dei temi principali nella prima parte dell’anno, è venuto meno proprio a causa dell’indolenza di alcuni esecutivi, Roma e Parigi in testa.

C’è infine un problema di governance, nel quale anche l’Italia ha giocato e sta giocando un ruolo effimero. Francia, Spagna e, per l’appunto, Italia continuano a domandare di poter spendere di più, in barba ai vincoli europei, al fine di sostenere i consumi domestici e foraggiare la ripresa. Eppure, come nel caso italiano, l’introduzione di un'iniziativa puramente elettorale (il bonus di 80 euro mensili, ndr) venduta come stimolo per la domanda aggregata non ha migliorato la propensione alla spesa del cittadino.

Buona parte degli esecutivi europei sta analizzando la debolezza dell’area euro sotto un profilo della domanda, mentre il problema potrebbe essere proprio dal lato opposto, quello dell’offerta. Senza innovazione e senza un mutamento radicale dei fattori di produzione, per la zona euro potrebbe essere impossibile uscire dal pantano della crisi.

Come aveva ricordato nel 2010 George Magnus, capo economista di UBS, l’approccio dei policymaker europei alla crisi che li ha investiti è stato sbagliato fin dal principio. “Nessuno ha pensato che potesse essere un problema di ribilanciamento globale, che impone un cambiamento profondo nella struttura economica dell’intera eurozona”. Nei fatti, è ciò che si sta vivendo dal 9 agosto 2007, quando cioè BNP Paribas congelò tre fondi (Parvest Dynamic Abs, Bnp Paribas Euribor, Bnp Paribas Abs Eonia) per l’oggettiva incapacità di calcolarne il valore intrinseco. Erano imbottiti di subprime. Le banche centrali intervennero a sostegno del sistema finanziario, così come i governi. Ma la politica monetaria non è capace di risolvere qualunque cosa. Può essere utile a prendere tempo, può garantire spazi di manovra ai governi, può tranquillizzare gli investitori, può fornire un appoggio nelle situazioni emergenziali (come avvenuto per Grecia e Cipro, o per l’Italia nell’agosto 2011). Ma non può sostituirsi ai governi nell’opera di rinnovamento a fronte dei nuovi equilibri che sono sorti.

Lo spirito riformista, nonostante a parole sia quello preponderante, nei fatti sta producendo poco o niente. Anzi, l’attuale clima di tassi bassi sul mercato obbligazionario non fa altro che rallentare il rinnovamento delle economie più in difficoltà. Non solo. L’euforia dei mercati azionari - il FTSE MIB è ai massimi, oltre 20.000 punti - spinto dall’enorme mole di liquidità del QE3 statunitense non ha fatto altro che creare una magnificente bolla di vetro per i politici.

L’illusione che tutto vada bene quando i mercati finanziari sono positivi ha fatto fin troppe vittime nella storia. Le ha fatte durante la bolla dei tulipani in Olanda nel 1600 (anche se l’élite calvinista aveva cercato di riportare tutti sulla terra), le ha fatte circa un secolo dopo con la South Sea Company, le ha fatte negli anni Duemila e le ha fatte con i mutui subprime. La speranza, sempre più ridotta, è che l’eurozona non passi alla storia come una delle più grandi bolle della storia finanziaria.

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