Perché The Economist raccomanda di non investire in Europa

Crescita non stabile e troppi paesi in difficoltà. Con l'eccezione dell'Italia, che è andata avanti con le riforme

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Claudia Astarita

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L'Europa è uscita dalla crisi? "Attenzione!", grida The Economist, è vero che gli economisti continuano a riveredere (al rialzo questa volta) le previsioni di crescita per il Vecchio Continente, ma il vero "recupero", vale a dire il ritorno a una condizione equivalente se non migliore rispetto a quella pre-crisi, è ancora molto, molto lontano.

Secondo il settimanale britannico i segnali di ripresa inviati dall'Europa sono troppo deboli per giustificare l'euforia degli investitori nella regione. Questo non solo perché i numeri non sono così entusiasmanti (crescita media dello 0,3 per cento, Pil complessivamente ancora un 2 per cento più basso rispetto ai valori pre-crisi), ma anche perché questi risultati sono stati in qualche modo trainati da due motori che rischiano di ritrovarsi presto di nuovo a corto di carburante. La riduzione del costo del petrolio, che di fatto ha abbassato le spese per tutti, e la svalutazione dell'Euro, che ha rilanciato le esportazioni, infatti, non dureranno per sempre.

Dopo aver citato diversi altri problemi europei, come le difficoltà legate alla situazione della Grecia, quelle di una Francia che non riparte, di una Germania che invecchia troppo in fretta, e una tasso di produttività che in generale non riesce a migliorarsi, The Economist spende qualche parola positiva per l'Italia, apprezzandone gli sforzi fatti in materia di riforme

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