Perché la guerra dei dazi di Trump è pericolosa

Per rimettere in equilibrio i mercati serve un dialogo costruttivo, in cui devono essere coinvolti Europa, Cina e Canada

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La Corte Suprema americana ha rigettato la richiesta dell'amministrazione di Donald Trump per porre fine al programma di protezione dei dreamers - 27 febbraio 2018 – Credits: MANDEL NGAN/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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I primi dazi li ha imposti su lavatrici e pannelli fotovoltaici. Poi è passato all' acciaio (25 per cento), alluminio (10) e pensa alle automobili. Donald Trump non cambia idea, e procede nella sua crociata per garantire all'America una politica commerciale "libera, equa, e intelligente". 

Il protezionismo di Trump

Come spiega bene The Economist, il Presidente americano basa la sua linea protezionista sulla retorica della necessità di "proteggere le aziende americane per evitare che vengano persi nuovi posti di lavoro".

Tuttavia, come ha ben riassunto per Agi Franco Frattini, ex ministro degli Esteri oggi presidente della Società italiana per l'organizzazione internazionale (SIOI), "il modello americano corrisponde a quello che in molti Paesi europei è fortemente sentito, interpreta il timore che una globalizzazione senza controlli alla fine siano i più deboli a pagarla". Questa interpretazione non è necessariamente sbagliata, ma è anche vero che "se oggi il mondo, anche se non ci piace, è globalizzato, le risposte debbono essere globali. [...] Ci piaccia o meno, se i problemi non li affrontiamo insieme, ci arrivano nel giardino di casa". Non solo: Washington non può decidere tutto da sola, e infatti Europa e Pechino non sono le uniche realtà ad essersi dichiarate pronte a contrastare l'eventuale guerra commerciale americana con ogni mezzo a loro disposizione.

Cosa sta succedendo

Per ora stiamo combattendo una guerra di parole, ma l'approvazione dei primi provvedimenti concreti trasformerà questo battibecco in una vera e propria guerra commerciale. Da cui nessuno vorrà uscire sconfitto. Stimare le conseguenze di un'escalation di dazi e tariffe è molto difficile perché gli intrecci tra le varie economie sono tali da rendere molto difficile ipotizzare chi e fino a che punto verrà danneggiato. Quel che è certo è che se Trump continuerà ad andare avanti per la sua strada lascerà una sola alternativa a tutti i suoi attuali partner commerciali: rispondere ai dazi americani con altri dazi.

Il ruolo del Wto

Se è vero, come ricorda The Economist, che il teoria spetterbbe al Wto giudicare la legittimità di dazi e tariffe, è anche vero che i tempi decisionali di questa struttura sono lunghissimi (quando George W. Bush impose un dazio sull'acciaio, nel 2002, il Wto ci mise 20 mesi a dichiarare la manovra illegale - tra l'altro, è bene ricordarlo, studi successivi hanno dimostrato quanto la decisione di Bush abbia annullato più posti di lavoro di quanti ne abbia creati), e questa lentezza costringerebbe il resto del mondo a reagire alle tariffe di Trump imponendone di nuove e creando così un clima estremamete sfavorevole per il commercio internazionale.

L'obiettivo di Trump

Il presidente amercano è convinto che gli 800 miliardi di dollari di debito accumulati dagli Stati Uniti dipendano dalla politica commerciale "stupida" che il paese ha seguito fino ad oggi, e che Trump vuole riformare "per il bene della nazione". Peccato che The Donald non voglia considerare da un lato gli effetti penalizzanti sull'economia americana dei dazi che tanti altri paesi adotteranno contro l'America, dall'altro che non necessariamente i consumatori trarranno benefici dal verere lievitare i prezzi di tanti altri beni di uso comune, dalle auto ai condizionatori, dalle lattine di birra alla carne.

Australia e Canada contro gli Stati Uniti

Persino Australia e Canada hanno contestato la scelta di Trump. La prima si è detta molto preoccupata da uno scenario di escalation di dazi e tariffe, perché le tasse sul commercio hanno un impatto fortemente negativo sulla crescita. La seconda teme soprattutto la guerra sull'acciaio, perché a dispetto di quello che Trump ha twittato, la maggior parte dell'acciaio gli Stati Uniti lo importano da Canada ed Europa (il commercio bilaterale con entrambi supera i 460 milioni di dollari di valore, nulla a confronto dei 90 scarsi pagati ai cinesi).

Le reazioni dell'Europa

Anche l'Europa è molto preoccupata, ed è per questo che subito dopo l'annuncio su nuovi possibili dazi su acciaio e alluminio Bruxelles ha risposto ventilandone altri su whisky, moto e jeans americani. Un contrattacco che Trump non ha gradito e cui ha risposto rilanciando con la possibile nuova tassa sulle auto europee. Un "buon" settore da colpire, visto che gli Stati Uniti rappresentando il principale mercato per l'Europa: 25 per cento per un valore commerciale di 237 miliardi di dollari. La Cina è invece a quota 16 per cento.

L'Europa rischia di uscire distrutta da una guerra commerciale con gli Usa, e non solo a causa dell'acciaio, ma perché le economie del Vecchio e del Nuovo continente sono così interconnesse che l'escalation di tariffe creerebbe solo perdenti. Soprattutto in Italia, dove secondo Coldiretti, "la guerra commerciale con gli Stati Uniti mette a rischio 40,5 miliardi di export tricolore". I settori più colpiti sarebbero alimentare, arredamento e moda, visto che gli Usa rappresentano il primo mercato per i prodotti di alta gamma (3,8 miliardi per il food, 5,2 per il fashion e 1,1 per il design). 

Il punto di vista cinese

Pechino continua a rimanere cauta, sostenendo di non volere nessuna guerra commerciale con la Cina, ma dichiarandosi pronta a reagire con fermezza qualora le circostanze lo rendessero necessario. Xi Jinping, del resto, ama la concretezza, e consapevole dell'effetto negativo che una guerra commerciale potrebbe avere sul mercato globale, evita di minacciare direttamente gli Usa nella speranza di riuscire così ad evitare che il confronto verbale degeneri in uno scontro di tariffe.

Le ragioni di Trump

Trump non ha torto nell'attaccare quelle dinamiche commerciali distorte che hanno indubbiamente creato molti danni ad alcune economie, e in particolare a quelle occidentali. Il problema è che il contesto globalizzato in cui ci ritroviamo ad interagire tutti non rende efficaci prese di posizioni unilaterali. La scarsa trasparenza cinese è un problema? Verissimo, ma solo col dialogo si potrà trovare una soluzione conveniente per tutti. E oggi la Cina può essere messa sotto pressione su tanti fronti, e in particolare sulla collaborazione lungo la Nuova Via della Seta e gli investimenti ad alto valore tecnologico. Puntando sul dialogo multilaterale in maniera costruttiva, ovvero paventando una soluzione vantaggiosa per tutti, i mercati potrebbero essere riportati davvero in equilibrio, ed anche più in fretta.



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