Perché è in arrivo una nuova crisi finanziaria

I tassi di interesse crescono, la popolazione invecchia, l'automazione crea dinamiche deflattive, e i mercati non riescono a mantenere un equilibrio stabile

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Manifestazione contro la disoccupazione in Francia – Credits: CHRISTOPHE ARCHAMBAULT/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Tira aria di crisi economica. Non è un brutto sogno, ma la previsione di Niall Ferguson, il noto storico e saggista britannico (che insegna a Oxford e Harvard). Considerando che Ferguson è l'economista che, nel 2006, aveva previsto la crisi di liquidità che ha poi travolto Stati Uniti ed Europa, vale la pena analizzare con attenzione il suo ultimo editoriale uscito sul South China Morning Post.

Le previsioni di Ferguson

Ferguson dice la verità: a giugno 2006 aveva scritto che gli aumenti del tasso di interesse avrebbero prima o poi messo in difficoltà le famiglie americane. A novembre che il mondo sviluppato avrebbe potuto ritrovarsi in una situazione di crescita bassissima, se non negativa, come quella registrata dal Giappone dagli anni '90 in poi. A gennaio 2007 aveva previsto un'ormai prossima crisi di liquidità che le singole autorità monetarie non sarebbero state in grado di gestire senza l'intervento dello Stato. Nell'autunno successivo che il mondo si sarebbe presto ritrovato a fare i conti con una crisi finanziaria globale dalle dimensioni mai viste prima.

Le perplessità sullo stato dell'economia mondiale

L'economista britannico è molto preoccupato per le  somiglianze fin troppo numerose tra il sistema economico e finanziario attuale e quello pre-crisi. Con un paio di eccezioni, tutti i mercati immobiliari del mondo hanno raggiunto valori più elevati rispetto a quelli del 2006. I mercati azionari dei paesi emergenti sono in crescita, colossi dell'hi-tech come Facebook, Amazon, Netflix e Google hanno registrato un'impennata nel valore delle azioni che oscilla tra il 30 e il 60 per cento. E tutto questo non è sano ne' è chiaro a cosa porterà.

Politica monetaria e tassi di interesse

Secondo Ferguson ci sono almeno quattro elementi che dovrebbero indurci a dubitare dello stato di salute del mercato finanziario globale. Anzitutto è ormai un dato di fatto che gli anni della politica monetaria salva-tutti siano finiti. Diverse Banche Centrali hanno cominciato ad alzare i tassi di interesse e il tasso di crescita del credito globale sta rallentando.

Crescita demografica e migrazioni

La popolazione mondiale sta invecchiando, il che vuol dire che la forza lavoro attiva è destinata a registrare una forte contrazione. Chi crede che quest'ultima possa essere compensata con l'immigrazione si sbaglia, perché i migranti raramente posseggono la formazione e le qualifiche necessarie per rimpiazzare i lavoratori nazionali. Non solo: invece di fare aumentare i tassi di risparmio, l'invecchiamento della popolazione provoca un boom di consumi, soprattutto nel comparto della sanità.

Il problema dell'automazione

In un mondo sempre più interconnesso con aziende disposte a tutto pur di contenere i costi, il processo di automazione delle catene di montaggio andrà avanti, il numero di professionalità sostituibili con le macchine aumenterà, consolidando dinamiche deflattive su scala globale. Allo stesso tempo, anche il boom delle obbligazioni a lungo termine è finito, e la riduzione della domanda per questi titoli ne ha fatto aumentare il valore. In questo modo, però, sono aumentati anche i tassi di interesse, le aziende e i privati che hanno accumulato debito ne soffrono e la crescita complessiva rallenta.

Nemmeno una crisi petrolifera potrà salvarci

Chi spera che una crisi petrolifera possa "esserci di aiuto" controbilanciando questa tendenza alla riduzione dei prezzi si sbaglia: gli Stati Uniti stanno per ritrasformarsi in una potenza esportatrice netta di petrolio, grazie alle nuove tecniche di estrazione e raffinazione che stanno sperimentando.

Se è vero che nessuna crisi è uguale alle precedenti, per l'economista britannico le dinamiche attuali non sono affatto confortanti. E senza la possibilità di sfruttare la politica monetaria per rimettere i mercati in equilibrio, il loro collasso è più vicino che mai. 

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