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Perché la Bce si è messa contro la Grecia

Togliendo la spina ad Atene, Draghi preserva l’indipendenza dell’Eurotower. E chiede di rispettare le regole di un gioco che potrebbe farsi più duro

Fabrizio Goria

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La Banca centrale europea (Bce) ha staccato la spina alla Grecia per salvare se stessa. Dopo l’incontro fra Mario Draghi e il ministro ellenico delle Finanze, Yanis Varoufakis, la Bce ha deciso di rivedere le regole sui titoli dati dalla Grecia a garanzia delle operazioni con l’Eurotower. Una mossa che, da un lato, preserva l’indipendenza della Bce, e dall’altro, mette pressione al nuovo governo di Syriza sul fronte del mantenimento degli impegni presi con il programma di salvataggio. La partita a poker fra Draghi, l’Ue e la Grecia è entrata nel vivo. Anche perché le negoziazioni sul debito pubblico fra l’esecutivo di Alexis Tsipras e i creditori internazionali sono ancora in alto mare. 

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I motivi della decisione

La mossa della Bce non era scontata, ma quasi. L’incontro fra Draghi e Varoufakis ha visto la reiterazione di un concetto ben noto: la Grecia vuole la rinegoziazione del programma di salvataggio esistente, sottoscritto con la Troika composta da Bce, Commissione Ue e Fondo monetario internazionale (Fmi). Una scelta che ha riscontri sia politici sia finanziari. In primis, la decisione ultima sul piano spetta all’Eurogruppo, ovvero il consesso dei ministri delle Finanze della zona euro. E il prossimo vertice ci sarà il 16 febbraio, dopo il Consiglio europeo del 12. È noto che l’attuale posizione della Grecia sarà mantenuta anche nei due vertici, ed è altrettanto noto che questa visione non è compatibile con gli accordi firmati negli anni scorsi.

Rinegoziare si tradurrebbe in perdite, ingenti ma gestibili, per i creditori ufficiali. Fra questi, il Fmi, la Bce e il fondo europeo European financial stability facility (Efsf). Ma soprattutto, si darebbe un segnale distorsivo alla comunità finanziaria internazionale. Come ha ricordato Goldman Sachs “è difficile che una revisione del bailout (salvataggio) della Grecia possa portare benefici, dato che significherebbe che nell’area euro mancano quell’unità e quel rispetto degli impegni assunti che sono invece necessari per uscire dalla crisi”. 

Vogliamo rinegoziare il programma di salvataggio Alexis Tsipras


Le conseguenze finanziarie

Secondo, le conseguenze finanziarie. Finora, la Bce ha tenuto in vita le banche elleniche tramite il suo programma di liquidità assistenziale, l’Emergency liquidity assistance (Ela), che permette alla banca centrale greca di erogare risorse al proprio sistema previa comunicazione, e approvazione dei due terzi del consiglio dell’Eurotower, assumendosene i rischi. Uno strumento utile, ma costoso. E poi c’erano le nuove regole sui collaterali, rese più lasche dal maggio 2010 proprio per agevolare la Grecia in un momento in cui la pressione dei mercati finanziari si era fatta più elevata. Ora sono state tolte ma, in realtà, cambia poco.

Secondo i dati della Bce, le esigenze di finanziamento delle banche elleniche presso Francoforte, in dicembre, sono state così composte: 7,8 miliardi di euro in titoli di Stato, 25 miliardi di bond bancari con garanzia statale, 17 miliardi di bond Efsf e altri asset. Totale, circa 56 miliardi di euro. L’impatto della decisione della Bce si avrà, principalmente, solo sui titoli di Stato, di cui 3,5 miliardi di euro sono a breve termine. I bond Efsf infatti sono ancora eligibili come collaterale presso la Bce, dato che hanno un rating superiore a investment grade, mentre i 25 miliardi di euro in obbligazioni bancarie con garanzia statale non sarebbero più stati eligibili a partire dal prossimo marzo. Nella sostanza, non ci sarà alcun terremoto finanziario. Come ha spiegato la banca centrale greca, l’esposizione degli istituti di credito del Paese al debito sovrano domestico è di circa 21 miliardi di euro, assai meno rispetto al 2012. Questione diversa nel caso avvenga una massiccia corsa agli sportelli in Grecia, che potrebbe costringere la banca centrale ellenica a utilizzare l’Ela in modo spinto. 

L’indipendenza della Bce

La Bce aveva altra scelta se non staccare la spina? A conti fatti, se voleva preservare la sua indipendenza, no. Se partiamo dall’assunzione che la Grecia manterrà all’Eurogruppo del 16 febbraio la posizione di oggi, la rinegoziazione del piano di bailout, è facile capire quale sarà la pressione sul governo ellenico. Come ci spiega un alto funzionario della Commissione europea “le trattative sono difficili, non ci sono punti di vicinanza”.

Per usare il pugno di ferro dopo il 16 febbraio, quindi, sarebbe rimasta solo più un’arma: la Bce. Ma dato che l’indipendenza della banca centrale deve essere preservata a ogni costo, soprattutto per una questione di credibilità dell’istituzione, la Bce ha giocato in anticipo. Così facendo, Draghi ha evitato di essere messo all’angolo da parte dell’Eurogruppo e di essere subissato di richieste da parte delle cancellerie europee. E ha ancora un’altra arma per mettere pressione, in modo del tutto indipendente, alla Grecia. È vero che la banca centrale ellenica può ancora utilizzare l’Ela, ma è altrettanto vero che la Bce può decidere in qualunque momento di staccare anche questo canale per motivi di stabilità finanziaria dell’area euro, estromettendo de facto la Grecia dall’Eurosistema. Un colpo, questo, forse fatale per Atene.

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