Euro

Juncker vs. Renzi, uno scontro destinato a continuare

Bruxelles e Roma sempre più ai ferri corti. Pesano gli impegni presi dal governo italiano e non del tutto mantenuti. Incognita debito e stagnazione

Jean-Claude Juncker, numero uno della Commissione Ue ( – Credits: ANSA

Uno scontro destinato a durare ancora per molto. Quello fra il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, e il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, non si risolverà in poco tempo. Almeno non primo di fine mese, quando la Commissione dovrà dare il proprio giudizio sulla Legge di stabilità italiana. E quasi sicuramente nemmeno dopo, quando verrà il momento di tirare le somme sulle iniziative per rilanciare una crescita economica che latita. 

Devo dire al mio amico che non sono il presidente di una banda di burocrati Jean-Claude Juncker

Botta e risposta 
La dialettica fra Italia ed Europa è sempre più tesa. Le stilettate di Juncker e del suo vice con delega agli Affari economici, Jyrki Katainen, continuano e crescono di intensità ogni giorno che passa. “Devo dire al mio amico che non sono il presidente di una banda di burocrati”, ha detto Juncker. Secca la risposta di Renzi: “È cambiato il clima per l’Italia, in Europa non vado a dire ‘per favore ascoltateci’, non vado con il cappello in mano. Non vado a Bruxelles a farmi spiegare cosa fare e l’ho spiegato anche a Barroso e Juncker”. Parole di fuoco a cui poi ne sono seguite altre da ambo le parti, in un goffo tentativo di distendere animi che sono fin troppo irrequieti. 

 

I dati non confortano
Il punto del contendere, manco a scriverlo, sono i conti pubblici italiani. La Commissione Ue ha infatti rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Italia: -0,4% nell’anno in corso, +0,6% nel 2015, +1,1% nel 2016. Un ritracciamento che era nell’aria, ma che ha avuto un impatto significativo a Palazzo Chigi. Se è vero che il rapporto deficit/Pil è dentro i parametri europei (3% nel 2014, 2,7% nel 2015, 2,2% nel 2016), è altrettanto vero che l’economia italiana è stagnante e sarà così ancora per diversi mesi, come indicano i dati del Purchasing Managers’ Index (PMI) diramati ogni inizio mese da Markit. Una nota dolente per il governo Renzi. Se il Pil non cresce, è impossibile abbassare il livello debito/Pil, che infatti è dato in aumento dalla Commissione europea. Siamo a quota 132,8% e arriveremo, il prossimo anno, al picco del 133,8 per cento. Troppo. Infatti, anche Katainen ha ribadito che “la regola del debito (il cui rapporto con il Pil deve essere inferiore al 60%, ndr) è importante quanto quella del deficit”. Eppure, l’Italia continua ad affermare che per abbassare l’indebitamento c’è bisogno di nuovi investimenti. 

La flessibilità di bilancio già esiste Jyrki Katainen

Cosa chiede la Commissione 
In realtà, anche la Commissione dice lo stesso, ma vuole un contraltare, in modo da bilanciare gli sforzi di tutti. In altre parole, vuole che l’Italia rispetti i patti che ha sottoscritto. Ergo, riforme strutturali entro le date prestabilite, mantenimento dell’attuale livello di deficit, entro il limite del 3%, e graduale riduzione del fardello del debito pubblico. Di contro, l’Italia chiede più flessibilità. Ma, come ha ricordato Katainen, “la Commissione è comunque pronta a usare la flessibilità contenuta nelle regole del Six pack e del Two pack”, i due pilastri più importanti della nuova governance economica dell’area euro. Nessuna deroga. Renzi non ci sta e, supportato dal suoi consiglieri economici (Filippo Taddei, Roberto Perotti, Marco Simoni e Tommaso Nannicini su tutti), chiede che l’intera Commissione cambi verso. Abbasso l’austerity e il consolidamento fiscale, viva le politiche espansive. “Una posizione condivisibile e giustificabile - dicono gli analisti di Morgan Stanley - ma che non trova riscontri nella posizione dell’Italia, che ha consolidato di meno rispetto agli altri Paesi”.

L’Italia ha consolidato di meno rispetto agli altri Paesi Morgan Stanley


Gli sforzi richiesti all’Italia
La posizione della Commissione è chiara. Come fa notare un alto funzionario della DG Ecfin, “se ci fossero deviazioni sulle regole che tutti hanno condiviso e sottoscritto, si finirebbe per perderne in credibilità”. Il paragone è quello con i parametri di Maastricht: uguali i vincoli, diverso il risultato. Quasi nessuno, a cominciare dalla Germania nella prima parte dello scorso decennio, li ha rispettati. “Ora il vento è cambiato - continua il funzionario - Ci sono nuove regole, che hanno un’ampia dose di flessibilità, e la volatilità sui mercati obbligazionari è bassa anche grazie alla rinnovata governance. Serve un impegno da parte di tutti gli Stati membri per andare verso il futuro dell’eurozona”. In quest’ottica, gli affronti di Renzi sono inconciliabili. Anche perché, ricorda una fonte diplomatica tedesca, i politici non devono correre il rischio di trovare dei capri espiatori ogni volta che viene richiesto il semplice rispetto degli impegni presi. Vale a dire, inutile attaccare la Germania quando non si sono fatti i compiti a casa. 

Ci attendiamo che tutti rispettino i patti che hanno sottoscritto Angela Merkel

Il prossimo scontro
Ciò che preoccupa, oltre al debito e alla crescita anemica, è il pareggio di bilancio strutturale. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha unilateralmente spostato il raggiungimento di questo obiettivo al 2017, in ritardo di due anni rispetto alla tabella di marcia precedentemente accordata con Bruxelles. Se così fosse, sarebbe un segnale troppo negativo per la reputazione della Commissione. Come ha scritto in una nota Bank of New York Mellon, “la zona euro ha bisogno di chiarire quali sono le sue priorità e come intende risolvere questa situazione di stagnazione e deflazione che, nella nostra visione, non sarà passeggera”. Usare oggi il pugno di ferro con l’Italia (e la Francia) per aver più solidità domani? In teoria, la strategia è questa. Eppure, a Roma il messaggio non pare essere passato. 

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