Il fallimento dell'ordine economico liberale

Cosa ci rimane dopo Davos e le parole di Trump: Cina e Stati Uniti sono incompatibili, ma il conflitto non è inevitabile

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Donald Trump arriva a Davos (25 gennaio 2018) – Credits: NICHOLAS KAMM/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Il discorso di Donald Trump a Davos ha chiuso l'edizione del 2018 del World Economic Forum rilanciando la retorica dell'America First che, tuttavia, parola del presidente, non significa America alone. Fino a ieri girava voce che la sala in cui generalmente si tengono i discorsi ufficiali, che ha una capienza di 1.800 posti, sarebbe rimasta vuota. E invece era talmente affollata da aver esaurito anche lo spazio per i posti in piedi. E non tanto perché è dal 2000, quindi dai tempi di Bill Clinton, che un Presidente americano manca da Davos. Quanto perché è tanta l'attesa per il discorso di Trump. The Donald non ha deluso le aspettative, e dopo aver elencato i successi economici che l'America avrebbe ottenuto negli ultimi dodici mesi, ha sottolineato quanto sia suo dovere modificare le regole di un modello di integrazione globale in cui "troppi paesi continuano ad assumere atteggiamenti predatori che danneggiano tutti", per fare in modo che "la prosperità continui a diffondersi tra chi rispetta le regole".

Il fallimento dell'ordine economico liberale

L'intellettuale inglese Niall Ferguson ha in qualche modo preceduto Trump con un editoriale in cui ha spiegato i motivi per cui oggi sia molto difficile parlare del trionfo dell'ordine economico liberale, dal momento che "l'architettura economica attuale non è ne' liberale, ne' globale, e nemmeno tanto ordinata".

Cina e Stati Uniti unici protagonisti

Sempre secondo Ferguson il sistema economico "liberale" non solo non è mai esistito, ma la sopravvivenza di questa finzione è stata possibile grazie alla coesistenza di due condizioni ben precise: il consolidamento dell'"Impero americano" e la scelta di Washington di convivere con la Cina. Il semplice fatto che a entrambi facesse comodo puntare sulla globalizzazione ha permesso la progressiva integrazione dei mercati che abbiamo vissuto.

Le responsabilità di Trump

L'intellettuale britannico non imputa a Trump la responsabilità dei passi indietro fatti sul piano dell'integrazione economica e il progressivo e sempre più profondo disincanto con cui l'opinione pubblica mondiale si rapporta al libero mercato e al libero movimento delle persone e dei capitali. La grande farsa dell'ordine economico liberale è crollata con la crisi finanziaria del 2008. Trump è solo stato bravo a cavalcare lo scetticismo che ormai si era consolidato negli Stati Uniti lanciando la sua linea America First

Cosa succederà ora?

L'interpretazione di Ferguson è piaciuta molto alla Cina, che infatti ha ripreso l'editoriale sul Global Times, una delle testate più popolari e più vicine al Partito. Per il futuro lo storico inglese vede solo due possibilità. La prima porta allo scontro diretto tra Pechino e Washington, ormai sempre più incompatibili. La seconda immagina che, consapevoli di questa incompatibilità, i leader delle due superpotenze finiscano col riconoscere i vantaggi reciproci di una collaborazione su determinati dossier (tra i più probabili terrorismo, proliferazione nucleare e cambiamento climatico) e trovino un modo per coordinarsi su quelli. La vera paura di Ferguson è che il dialogo bilaterale possa non portare a nulla, ecco perché suggerisce a Pechino e Washington di lavorare "assieme agli altri grandi del Consiglio di Sicurezza", quindi Francia, Regno Unito e Russia. Sempre ammesso che Mosca si renda conto dei vantaggi derivanti dal gioco di squadra.

Perché Ferguson sbaglia

Secondo Foreign Policy l'interpretazione di Ferguson contiene una forte debolezza. Ovvero continua a basarsi sul presupposto che sia possibile costruire un ordine globale che, dopo aver integrato nazioni autoritarie come Cina e Russia, possa addirittura accelerare la loro transizione verso la democrazia liberale. Ebbene: tutto questo non è vero. Cina e Russia avrebbero infatti accettato questa retorica senza lamentarsi troppo per poter approfittare dei vantaggi economici derivanti dall'integrazione diventando così più forti. La Cina di oggi non ha cambiato idea sulla democrazia liberale: non è mai stata interessata a questo sistema, ma oggi che è finalmente più forte e sicura di sé può esternare liberamente la sua posizione. E per evitare di essere fraintesa inizia anche a fare propaganda per il suo modello di sviluppo.

Cosa resta del sistema occidentale

Per il Foreign Policy non si può più continuare a parlare a vuoto di un sistema globale inclusivo che possa soddisfare le esigenze di tutti. Questo però non significa che il conflitto sia inevitabile. Forse, invece di pensare ad "addomesticare la Cina", le potenze occidentali farebbero bene a collaborare di più fra loro per difendere in maniera più efficace il sistema liberale in cui continuano a credere e a riconoscersi da attacchi esterni che diventeranno via via più forti e frequenti.

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