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Perché qualcuno punta sull'uscita della Grecia dall'euro

Dopo la mossa di Draghi, il ritorno di Atene a una qualche forma di moneta nazionale non è più da escludere. Il problema è come questo avverrà

GERMANY-GREECE-POLITICS-ECONOMY

Marco Cobianchi

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La decisione di Mario Draghi di annunciare di voler interrompere il flusso di liquidità dalla Bce alle banche greche è una mossa obbligata all’interno dell’immensa partita a scacchi che Alexis Tsipras e il suo ministro dell’Economia Yanis Varoufakis hanno iniziato con l’Europa e la Troika. Una mossa che serve anche come monito ad Angela Merkel, chiamata a prendere una decisione storica (trattare o non trattare?).

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Dopo l'annuncio di Draghi si apre un nuovo scenario all’interno del quale l’uscita della Grecia dall’euro è un’ipotesi meno remota di prima. Se i greci continuassero a ritirare soldi dalle banche, se i capitali continuassero a defluire all'estero e se effettivamente alla fine del mese queste non avessero più alcuna liquidità dalla Bce, il ritorno ad una qualche forma di moneta nazionale greca, magari agganciata in una forchetta di oscillazione verso l’euro, diventerebbe una probabilità reale. Se il premier Tsipras non recede dalle sue richieste, ci si potrebbe infilare su un piano inclinato nel quale fermare la corsa verso il disastro diventa praticamente impossibile ed è per questo che occorre iniziare a ragionare sul “dopo”.

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Il rischio vero per l’euro è che l’uscita di Atene non provochi disastri. Se Atene abbandona l’eurozona e se questo avviene senza cataclismi o se dimostrasse che questi cataclismi sono in qualche modo gestibili, allora sì che il panico diventerebbe padrone dei mercati. Il motivo è semplice: a quel punto nessun Paese sarebbe più certo che gli altri partner vi resterebbero. In altre parole: se la Grecia esce e non succede nulla di ciò che gli euroentusiasti prevedono (corsa agli sportelli, impossibilità di accedere ai mercati finanziari, default di fatto di un’intera economia) significa che ogni mattina la Germania, la Francia, l’Olanda dovrebbero sperare che l’Italia, il Portogallo, la Spagna non decidano di seguire la stessa strada. Questo significa che alle istituzioni europee converrebbe che l’uscita avvenisse con il maggior trauma possibile, talmente schoccante da scoraggiare tutti gli altri Paesi periferici a fare lo stesso.

Un’uscita traumatica della Grecia avrebbe un altro straordinario effetto: darebbe il colpo di grazia definitivo all’euroscetticismo di molti partiti europei che vedono nella rottura della moneta unica una prospettiva politica praticabile. La Grecia in sofferenza sarebbe un colpo tremendo per le teorie euroscettiche; talmente pesante da poter ribaltare le previsioni elettorali che vedono i partiti anti-euro in crescita in tutte le 9 consultazioni popolari (tra voti politici e referendum) previste in Europa nel 2015.

Ecco, quindi, il paradosso: se si vuole mantenere l’euro così come è oggi e continuare a gestire l’eurozona come è stato fatto finora, bisogna evitare di trovare un accordo con la Grecia sull'allungamento del debito, il riscadenzamento delle rate o il taglio dello stock in modo da fare uscire Atene dall'eurozona, ma con le ossa rotte. Tra i falchi di Berlino c'è chi pensa di cogliere al volo l'annuncio di Draghi per fare imboccare all'Europa un piano inclinato che termini con uno scenario di questo tipo.

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