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Grecia: ecco perché il fallimento è più vicino

La rigidità sulle riforme del pubblico impiego e delle pensioni sta bloccando i negoziati. O arriva il terzo piano di sostegno o l'insolvenza è obbligata

Grecia-atene

Un manifestante raccoglie la bandiera della Ue stracciata nelle strade di Atene - 23 aprile 2015 – Credits: LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images

Dato che nessuno dei policymaker, tranne i funzionari greci, si attende qualcosa di positivo e definitivo dall’Eurogruppo di oggi, è forse meglio osservare quale sarà il futuro della Grecia dentro il limbo in cui è entrata nelle ultime settimane. Delle due l’una: o il governo di Alexis Tsipras raggiunge un accordo su un terzo piano di salvataggio con il Brussels Group oppure il Paese dovrà dichiararsi insolvente entro breve. E la decisione è puramente politica.

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Sono ancora ferme le negoziazioni tra Grecia e Brussels Group, che altro non è se non l’antica troika composta da Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione Ue, con la recente aggiunta dello European stability mechanism (Esm). E non si sbloccheranno in assenza di un’apertura, meramente politica, di Tsipras. I soldi, quelli che mandano alla Grecia, ormai non contano più. Semmai conta la coerenza politica che il leader di Syriza vuol portare avanti, anche se questo significa traghettare Atene in acque sempre più tempestose.

I due scogli politici da superare

Il maggior scoglio da sormontare riguarda due punti, entrambi cruciali per la sostenibilità del debito pubblico greco. Da un lato c’è la riforma del pubblico impiego, o meglio, di tutta la Pubblica amministrazione ellenica. “Un impianto elefantiaco che brucia denaro in ogni angolo”, lo ha definito il giornale tedesco Der Spiegel. Il Brussels Group vuole che Tsipras continui a consolidare questo settore, riducendo il personale e razionalizzando la spesa improduttiva. Ma il leader di Syriza non vuole venir meno a una delle sue principali promesse elettorali, ovvero quella di riassumere tutti i licenziati sotto i due programmi di salvataggio. “Il radicalismo di Tsipras è una decisione politica chiara, perché non può tornare in patria e rischiare di perdere il consenso”, fa notare in una nota ai clienti istituzionali la banca statunitense Goldman Sachs.

Il secondo punto, invece, riguarda l’universo previdenziale. In altre parole, la riforma delle pensioni. Su suggerimento del Fondo monetario internazionale, il Brussels Group ha domandato alla Grecia di rendere più sostenibile nel lungo periodo il segmento pensionistico. Stop alle baby pensioni, stop alle pensioni d’oro per parlamentari e dirigenti pubblici, stop ai sistemi ibridi (retributivo e contributivo). Ma anche in questo caso, Tsipras fa finta di non sentire. “Sulle pensioni è schiavo della classe dirigente del Paese, che sta facendo pressioni in ogni momento sia su di lui sia sul ministro delle Finanze Yanis Varoufakis”, faceva notare già un mese fa un alto funzionario della Commissione europea.

Le due vie possibili da percorrere

Morale della favola, lo stallo è ancora presente. E ci sono due vie possibili e verosimili. Escludendo l’uscita volontaria dall’euro - Tsipras ha il mandato elettorale per rinegoziare il programma di fallimento, non per far uscire il Paese dalla moneta unica - restano la strada che porta a un’intesa con il Brussels Group per la creazione di un terzo piano di sostegno finanziario e il percorso che porta alla dichiarazione d’insolvenza del Paese. È chiaro che la prima è la via più gradita a tutta la comunità finanziaria, a patto che un terzo programma sia subordinato a un piano di riforme strutturali serie e concrete. Ma per Tsipras accettare le richieste del Brussels Group è politicamente impossibile. “Significherebbe la fine di Syriza”, ha scritto il Credit Suisse.

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Di conseguenza, cresce la possibilità che la Grecia vada incontro al secondo fallimento sovrano in tre anni, dopo quello (parziale) del marzo 2012. Domani Atene dovrà rimborsare al Fmi 763 milioni di euro. Se il Paese manca un rimborso, dopo un periodo di grazia di 30 giorni, sarà dichiarato insolvente, fallito, in bancarotta. E non bisogna pensare che con la scadenza di domani sia finita. Da qui a fine giugno dalle casse del Tesoro ellenico dovranno uscire circa 7,5 miliardi di euro, tra rimborsi e pagamento di stipendi e pensioni. Una somma decisamente insostenibile anche dopo il rastrellamento della liquidità di cassa degli enti pubblici, che vale circa 2,5 miliardi di euro. Fino a quando Tsipras vorrà mantenere dritta la barra della coerenza politica di Syriza, a discapito del Paese, non è dato saperlo. Ma si sa, di contro, che la pazienza dei partner internazionali è già terminata.

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