La crisi greca non è finita

Ad Atene come a Berlino si inizia a dire che, dopo l'austerità, la Grecia sia pronta a rialzarsi. Peccato che non sia vero

Una protesta contro l'austerità di fronte all'ambasciata tedesca ad Atene (Credits: ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images)

Marco Pedersini

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Le cronache della crisi greca hanno cambiato segno: all'improvviso, quelli che raccontavano (mentendo) di assalti ai supermercati ora scrivono di una "speranza che rinasce". Dopo i tagli, si sente dire, la Grecia sta rialzando la testa, perché "il peggio pare alle spalle". C'è anche chi, in uno slancio un po’ imprudente, ha detto che, del resto, "i ristoranti sono sempre pieni".
 
È vero: il turismo è in aumento, i mercati ricominciano a fidarsi di Atene e c'è anche un lieve avanzo primario (lo stato incassa un po’ più di quanto spende). Ma che cosa succede davvero al di fuori dei libri contabili? La terapia ricostituente a base di austerità ha lasciato una società spaccata e ancora più ingiusta di prima. Ci sono un milione e 300 mila disoccupati, a cui si aggiunge mezzo milione di lavoratori che non viene pagato da tre mesi. Non che il salario garantito agli altri tre milioni di occupati (di cui un terzo è dipendente statale) lasci spazio all’ottimismo: è su questi stipendi che si è realizzato il celebrato "calo di due terzi in tre anni del costo del lavoro". Lo dice il Fondo Monetario Internazionale, che registra il dimagrimento degli stipendi tra le notizie positive (è un "significativo aumento di competitività", si legge nell'ultimo rapporto).
 
Se si continua a leggere l'analisi di FMI, ci si accorge che i numeri del "successo greco" sono poco più che apparenza: “In assenza di riforme, il bilancio è stato riequilibrato distribuendo i pesi in modo ingiusto", scrivono gli analisti. Segue l'elenco delle riforme mancate: progressi irrisori nella lotta all'evasione ("così i dipendenti e i pensionati finiscono per pagare al posto dei ricchi e dei liberi professionisti"); gli interventi sul mercato del lavoro "non hanno aperto l'accesso alle professioni e hanno abbassato notevolmente le paghe" (i prezzi, nel frattempo, non sono scesi); i tagli nel settore privato "non sono stati seguiti da qualcosa di simile nel sovraffollato settore pubblico, dove i licenziamenti sono un tabù".
 
Insomma, "le cose vanno bene solo per chi non ha perso il lavoro o fa parte dell'élite", ci dice Theodore Pelagidis, professore di Economia all'Università del Pireo. "Dove sono il cambiamento e la speranza? Sono forse in quella minuscola crescita dell'1-2 per cento prevista nel 2015?", dice Pelagidis, che contesta anche la mitizzazione del surplus di bilancio: "I numeri vanno letti come si deve: lo Stato non ha incassato perché l'economia è in crescita, ma perché le tasse sono sempre più alte".

La realtà è che la medicina che abbiamo imposto alla Grecia costringe i cittadini a pagare ogni giorno dei costi sociali altissimi (come abbiamo già raccontato ). Per amore dei numeri, la Troika ha lasciato che i più potenti scaricassero il costo dei tagli sul resto della società. Bastava avere dei tagli da presentare ai vertici europei. Per amore del proprio elettorato, che andrà alle urne il 22 settembre, il governo tedesco apprezza che il premier greco ora parli della Grecia come di "un caso di successo". Ci piacerebbe dire che abbiamo speso 173 miliardi di euro, ma alla fine abbiamo salvato la Grecia. Anche un turista distratto, purtroppo, si accorge che non è (ancora?) così.

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