Perché l'Europa bacchetta Germania, Francia e Spagna

Merkel non può sottovalutare le quattro raccomandazioni di Bruxelles ma Madrid e (soprattutto) Parigi hanno compiti decisamente pesanti

Il Commissario Ue agli Affari Economici e Monetari, Olli Rehn – Credits: Ansa

Fabrizio Goria

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Ci sono due modi per leggere la crisi dell'eurozona.

Da un lato, osservando l'andamento dei mercati finanziari. Calmi, rispetto alle vampate di tensione fra 2011 e 2012. Merito in larga parte della Banca Centrale Europea (BCE).

E poi c'è l'altro versante, quello dei fondamentali macroeconomici. Se si osserva quest'ultimo fronte, le raccomandazioni della Commissione Europea agli Stati membri per il 2014 devono essere lette come un monito ben più pesante del previsto.
Se all'Italia è stato dato più credito che in passato anche grazie a una rinnovata stabilità politica , così non è stato per Germania, Francia e Spagna. Il tragitto che porta fuori dalle acque tempestose, per queste economie, è infatti ancora lungo.

Il problema più grande, a livello di euro area, si chiama Francia. Troppo grande per fallire, ma anche troppo grande per essere sostenibile, la seconda economia continentale è stata oggetto di moniti significativi da parte di Bruxelles. Il Pil crescerà, secondo le stime del governo di François Hollande, di un punto percentuale nell'anno in corso e dell'1,7% nel 2015. Più negativa la stima della Commissione Ue, che vede una crescita dell'1% nel 2014 e dell'1,5% per il prossimo anno. L'urgenza maggiore, ha spiegato Bruxelles, è quella di portare avanti la riduzione del deficit, dato che è stato fornito più tempo all'esecutivo di Hollande per raggiungere questo obiettivo. Allo stesso modo, l'Eliseo deve continuare a ridurre il debito, che toccherà il suo picco in quest'anno, al 95,6% del Pil, salvo poi calare a quota 91,9% nel corso del 2017, se il ciclo economico attuale non devierà. Per farlo, meglio rilanciare un’economia considerata pachidermica, impregnata di ostacoli alla concorrenza e con un carico fiscale record, il 45,9% del Pil.

Non sono pochi i punti oscuri dell'economia transalpina. Come sottolinea la Commissione Ue, la riforma delle pensioni approvata nel dicembre scorso, che prevede l'innalzamento del periodo contributivo fino a 43 anni, non è ancora sufficiente a rendere sostenibile l'intero sistema previdenziale. Secondo le stime di Bruxelles la riforma in questione, a regime, impatterà in modo positivo sul Pil per 0,5 punti percentuali. Troppo poco.

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E poi c’è il mercato del lavoro. Troppo rigido, troppo poco inclusivo e troppo costoso, quindi poco competitivo, secondo l’opinione della Commissione Ue. Per questo il governo di Hollande dovrebbe introdurre un significativo piano di ristrutturazione articolato su tre vie: rendere sostenibili i tagli al costo del lavoro già posti in essere, semplificare la burocrazia per le imprese e liberalizzare i settori che presentano ancora forme di corporativismo, come i veterinari.

Il secondo problema prende il nome di Spagna. È vero che molto è stato fatto e la fase peggiore della crisi iberica, quella che ha portato al salvataggio del sistema bancario, è stata superata. Tuttavia, come ricorda la Commissione, la penisola iberica sta ancora registrando squilibri macroeconomici che necessitano di un costante monitoraggio. Tre le questioni chiave da risolvere: riduzione del debito pubblico (sarà a quota 101,7% del Pil nel 2015), lotta alla disoccupazione e ulteriore ristrutturazione delle cajas, le casse di risparmio.

Le raccomandazioni di Bruxelles riguardano il budget per i prossimi anni, considerato non sostenibile secondo le stime dei tecnici della Commissione Ue, e la riforma del mercato del lavoro. Nel dettaglio, occorre che Madrid adotti maggiori misure di protezione per i lavoratori disoccupati o in mobilità, al fine di favorire una formazione continua e il reinserimento nel mondo del lavoro entro tempi brevi. Il tasso di disoccupazione di lungo periodo è infatti uno dei più elevati dell’area euro, il 49,7% del totale dei disoccupati, che per il 2013 sono stati il 26,1% della forza lavoro. Un dramma - economico, politico e sociale - che ha bisogno di altri sforzi da parte della Moncloa.

Infine, le bacchettate più significative sono arrivate verso la Germania. Sebbene le raccomandazioni siano solo quattro (e non otto, come per Italia, Francia e Spagna), non devono essere sottovalutate dal governo di Angela Merkel. La posizione sul fronte del debito è buona rispetto agli altri Paesi, con un rapporto fra indebitamento e Pil del 76% per l'anno in corso, così come il deficit, entro il limite del 3% fissato dal Fiscal Compact. Il problema, lo ha messo nero si bianco la Commissione Ue, è preservare la posizione attuale. Per fare questo, occorre spingere la domanda interna, ancora troppo debole. Non solo. Berlino deve ancora rivedere l'assetto delle aliquote in modo da renderlo più equo. Meno esclusione sociale, più inclusione. E soprattutto, deve essere prese misure per il consolidamento del sistema bancario. L'intero impianto delle Landesbank, le casse di risparmio, presenta numerosi squilibri macroprudenziale e ha bisogno di una generale riduzione dei rischi assunti negli anni passati.

Inoltre, la Germania deve ancora fare passi avanti sul versante dei costi energetici, che negli ultimi due anni hanno registrato una tendenza al rialzo. Tuttavia, è sul mercato dei servizi che deve essere compiuto lo sforzo maggiore. La Commissione Ue ha rimarcato che questo settore deve aumentare la propria competitività, pena un peggioramento delle condizioni macroeconomiche. Il quadro dipinto è quello di una Germania troppo dipendente dalla domanda esterna, con diversi rischi nel sistema bancario e con un mercato del lavoro ancora troppo rigido. Tutti fattori che potrebbero far frenare la locomotiva dell'eurozona e danneggiare anche i partner continentali, Italia compresa.

Le prospettive della Commissione europea rimangono a tinte fosche. E poteva andare anche peggio, dato che gran parte degli attuali funzionari sono in scadenza di mandato. Si è preferito non calcare troppo la mano in questa tornata ma, in caso gli esistenti squilibri macroeconomici non ricevano risposte adeguate da parte dei governi entro la fine dell’anno, l’atteggiamento potrebbe cambiare, virando in negativo. E, con esso, anche la percezione che gli investitori stranieri hanno dell’eurozona.

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