L'Europa e le Borse, i sei problemi ancora aperti

Disoccupazione, inflazione, crisi greca, difficoltà dell'Unione bancaria, arroganza tedesca e scetticismo inglese

Il Primo Ministro inglese David Cameron e il Cancelliere tedesc Angela Merkel (Credits: Matt Cardy/Getty Images)

Claudia Astarita

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L'andamento altalenante delle borse europee e l'incertezza sulle prospettive di crescita dei paesi del Vecchio Continente impediscono a mercati e investitori si recuperare un po' di serenità, e di stabilità. Anche quando arrivano notizie positive, infatti, lo scetticismo complessivo è tale da far temere agli operatori che si tratti solo di un cambiamento temporaneo, che non necessariamente potrà essere mantenuto nel tempo.

Questo, però, non significa che tutto debba andare sempre male. Perché se è vero che i problemi che l'Europa non è ancora riuscita a risolvere sono tanti, è anche vero che da una situazione "pessima" ci stiamo progressivamente stabilizzando su uno scenario "negativo". Che non sarà il massimo, ma segna pur sempre un miglioramento rispetto al passato. Anche se, è opportuno ricordarlo, per garantire performances economiche migliori, Bruxelles dovrebbe impegnarsi anche a risolvere le questioni istituzionali, non solo quelle finanziarie, che stanno indebolendo l'Europa.

Il centro di ricerche americano Pew ha definito l'Unione come "il malato d'Europa" del terzo Millennio, ricordando come negli anni '50 sia stata la fiducia nell'integrazione a permettere ai paesi dell'Unione di raggiungere gli strabilianti traguardi economici (e non solo) che oggi la contraddistinguono, e come il fatto che questa fiducia stia venendo progressivamente meno impedisca a Bruxelles di prendere le decisioni giuste per fare fronte alla crisi e alle sue conseguenze nella maniera più efficace possibile.  

I nodi non risolti dell'Europa di oggi sono sei:

1) Grecia

Che la Grecia sia ancora in difficoltà non è certo una novità. Tutto è cominciato quando il Fondo monetario internazionale, sbagliando clamorosamente i suoi calcoli, ha imposto ad Atene di puntare sull'austerità per risanare le casse pubbliche convinta che questo sforzo fosse sostenibile. E invece non era vero. La situazione è poi ulteriormente peggiorata perché, nonostante tutto, anche il governo di Atene non è riuscito ad imporsi come avrebbe voluto. Quindi l'economia nazionale è stata distrutta (nel 2013 dovrebbe contrarsi di un ulteriore 4%), e le speranze di un prossimo miglioramento pure. Al punto da far temere tanti che il pessimismo ellenico possa trasformare il problema "Grecia" in una pericolosissima "Questione meridionale" in cui potrebbero essere risucchiate anche Spagna, Portogallo e, forse, Italia.

2) E' di oggi la notizia dell'ennesima fumata nera dell'ultimo negoziato Ecofin relativo alla messa a punto dei meccanismi di risoluzione delle banche in previsione della realizzazione dell'Unione Bancaria Europea

Di questa unione si parla già da parecchio tempo, perché Bruxelles non si è certo accorta ieri della necessità di rimodellare il sistema delle banche centrali europee per fornire uno strumento di garanzia sui depositi e un meccanismo di supervisione del settore bancario, autorizzando l'Europa a procedere direttamente alla ricapitalizzazione degli istituti di credito in difficoltà, un po' come succede in America per mano della Federal Reserve. Eppure, per quanto urgente la chiusura di questo accordo possa essere, il compromesso è ancora lontanissimo.

3) Germania

I problemi che riguardano la Germania sono di due tipi. Anzitutto l'arroganza tedesca non piace, e c'è anche chi condivide l'idea secondo cui Berlino non sia immune dai problemi dell'Europa, e proprio per questo non possa pretendere di far prevalere il suo punto di vista in qualsiasi negoziato. In secondo luogo, sono sempre di più gli europei convinti che i tedeschi credano di vivere su un altro continente, in cui l'economia funziona e i leader politici sono in grado di prendere le decisioni giuste. Convinzioni, queste, che impedirebbero loro di capire cosa sta succedendo nel Vecchio Continente, e, di conseguenza, di fare scelte che siano giuste per l'Europa.

4) Fed

Sappiamo tutti che l'annuncio dello stop all'acquisto di titoli di stato americani da parte della Federal Reserve a partire dal 2014 ha prvocato il panico sui mercati di tutto il mondo, europa inclusa. Questo nonostante il Governatore Ben Bernanke abbia garantito che la riduzione degli stimoli sarà progressiva e, soprattutto, lentissima. La paura del resto del mondo, però, resta quella di non essere in grado di continuare a combattere la crisi senza il sostegno più o meno diretto della Banca centrale statunitense. Ed è difficile prevedere ora quando i mercati riusciranno a interiorzzare nelle loro previsioni l'impatto di questo sostanziale cambiamento. 

5) Disoccupazione giovanile, debito pubblico, inflazione e disuguaglianza

Queste quattro questioni possono essere raggruppate in un unico punto per una ragione semplicissima: rappresentano ormai delle costanti nell'Europa in crisi. Non solo perché i dati che ne descrivono l'andamento generale sono variati pochissimo negli ultimi mesi (i miglioramenti, quando sono stati registrati, sono stati minimi e, soprattutto, non sono stati sempre mantenuti, anzi!), ma anche perché più del 60% degli europei ritiene che la crisi finanziaria abbia annullato tutti i progressi raggiunti nei primi cinquant'anni dell'Unione dal punto di viisa della mobilità sociale e della disuguaglianza.

6) Gran Bretagna

Anche l'incertezza su ciò che davvero vuole o si aspetta Londra dall'Europa non aiuta. Cosa voglia fare il governo non è chiaro, perché dopo la scelta di indire un referendum (nel 2017) per chiedere ai cittadini britannici se vogliono rimanere all'interno dell'Unione oppure no, ha accolto con grande entusiasmo i negoziati sull'accordo commerciale Usa-Ue . Anche gli inglesi non sembrano essere particolarmente coerenti: il 26% non crede che l'ingresso in Europa sia stato positivo per la nazione, il 43% sì. Mentre in merito al referendum, il 46% voterà no e un altro 46% sì. La decisione finale, quindi, resta in mano a un 8% di indecisi.

 

 

 

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