Deflazione, quando è utile e quando no

Una riduzione dei prezzi generalizzata è pericolosa per consumatori, aziende, governi e banche centrali. Ecco perché va combattuta

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– Credits: Radharc Images / Alamy

Claudia Astarita

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Una riduzione improvvisa dei prezzi dovrebbe essere benvenuta dai consumatori perché, se si abbassa il costo della vita, questi ultimi inevitabilmente possono permettersi di spendere di più. Se questo fosse vero, in una fase di crisi come quella in cui continuiamo a vivere, anche i principali operatori economici dovrebbero essere indirettamente avvantaggiati da una leggera riduzione dei prezzi, immaginando che l'incremento delle compravendite possa compensare in maniera più che proporzionale il calo dei profitti sulla singola vendita. Senza dimenticare gli effetti positivi della concorrenza: se pensiamo alle telefonate, alla connessioni internet, alle corse in taxi e al prezzo degli alberghi, solo per fare un paio di esempi, è evidente quanto la competitività giocata sui prezzi oltre che sui servizi offerti abbia facilitato l'espansione di moltissimi mercati. 

Come mai, allora, l'Europa è così spaventata per la fortissima ondata di deflazione che la sta travolgendo?

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Semplice: l'improvvisa riduzione dei prezzi ha gli effetti positivi precedentemente citati solo se è limitata nel tempo ed interessa non più di un paio di settori per volta. Al contrario, una deflazione generalizzata rischia di essere molto pericolosa, per almeno quattro motivi. 

L'effetto sui consumatori

Invece di avere un effetto espansivo sulla domanda, quando è troppo alta la deflazione crea forti aspettative in merito a ulteriori riduzioni dei prezzi al consumo, inducendo gli operatori a non comprare nell'attesa di poterlo fare quando le condizioni saranno addirittura migliori. Così facendo, però, la domanda crolla del tutto. 

L'effetto sulle aziende

In genere alla riduzione dei prezzi causa deflazione non corrisponde una riduzione dei salari. Quindi, se le aziende guadagnano di meno dalla vendita dei loro prodotti ma i costi non vengono ridotti, i profitti inevitabilmente si assottigliano, e l'unico modo per evitare che questa situazione abbia un impatto sulle loro capacità di investimento e innovazione, la causa di questo fenomeno, quindi la deflazione, deve avere una durata limitata nel tempo. Altrimenti come unica via di uscita resta quella di tagliare la forza lavoro.  

L'effetto sui governi

Ebbene sì, per la deflazione soffrono anche le finanze dei singoli paesi, questo perché il costo del debito diventa sempre più oneroso, e rischia di finire col non ridursi nemmeno quando le entrate aumentano. Un'ipotesi, questa, particolarmente pericolosa per l'Europa, visto che tutte le nazioni del Vecchio Continente stanno soffrendo per problemi di debito. 

L'effetto sulla politica monetaria

La deflazione riduce in maniera netta i margini di manovra delle banche centrali sulla politica monetaria nazionale. Come spiega bene the Economist, quando il tasso di inflazione è positivo, una banca centrale può modulare i tassi di interesse con facilità, rendendo i tassi reali (al netto dell'inflazione) anche inferiori allo zero, attuano così una manovra di politica monetaria. Ad esempio, se il tasso di inflazione è il 4 per cento, il tasso di interesse può essere posto al di sotto di questa cifra ed essere, di fatto, negativo, consentendo alle imprese di attingere a liquidità a basso costo. In un contesto di deflazione, ovviamente, questo non può avvenire: se il tasso di inflazione è già negativo, la banca centrale non può introdurre un tasso di interesse inferiore.

La deflazione in Europa

Dati alla mano, la deflazione europea rientra a tutti gli effetti nella categoria delle oscillazioni dei prezzi "preoccupanti". Negli ultimi mesi l'indice dei prezzi al consumo è calato in Germania, in Spagna e in Italia. In Grecia è in contrazione da quasi due anni, mentre in molti altri paesi (Stati Uniti e Cina inclusi, a conferma di quanto ormai la deflazione sia un fenomeno generalizzato) il tasso di inflazione è talmente basso da non riuscire a superare nemmeno l'1 per cento. 

Se i valori non cambieranno, diventerà difficilissimo, per non dire impossibile, far fronte alla prossima recessione (che per the Economist è quasi inevitabile visto che prima o poi inizieranno a farsi sentire in Europa non solo gli effetti della brusca frenata dell'economia cinese, ma anche quelli di nuovi shock economici e finanziari. Un tempo, in caso di emergenza, i governi potevano svalutare la propria moneta per rimettersi in carreggiata e rimanere competitivi. Oggi, con pochissime economie che crescono e prezzi in picchiata, tutto questo non è più possibile. 

Come affrontare il problema

Ecco perché the Economist ha voluto sbilanciarsi nel chiedere ai governi di affrontare il problema della deflazione in maniera un po' più seria. Spetta infatti a loro rilanciare la domanda da un lato e ridefinire i parametri finanziari che regolano le banche dall'altro. Non solo per mettersi al riparo dalle conseguenze peggiori di questa brusca frenata nei prezzi, ma anche perché anche solo muovendosi in questa direzione potrebbero impedire il concretizzarsi degli scenari peggiori.

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