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Debito pubblico, perché l'Europa rimprovera l'Italia

Il fiscal compact ci impone di ridurre l'indebitamento di oltre tre punti e mezzo all'anno. Ma, anche nel 2016, il governo non rispetterà gli impegni

Padoan-Eurogruppo

Andrea Telara

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L'Italia non ha rispettato la regola del debito nel 2015, né la rispetterà nel 2016. E' la conclusione a cui è giunto l'Eurogruppo, il centro di coordinamento tra i ministri dell'economia e delle finanze dell'Eurozona, che si è riunito a Bruxelles nei primi due giorni di questa settimana. La “tirata di orecchie” è stata subito minimizzata dal ministro dell'economia italiano, Pier Carlo Padoan, che ha sottolineato come le autorità comunitarie, pur esprimendo preoccupazioni, abbiano tuttavia preso atto che l'indebitamento del nostro paese si sta stabilizzando dopo anni di crescita e che, dal 2016 in poi, comincerà a scendere.


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Le rassicurazioni di Padoan, però, non cambiano la sostanza delle cose. E' vero che, da quest'anno in poi, il rapporto tra debito italiano e il prodotto interno lordo (pil) inizierà finalmente a calare. La discesa sarà però nell'ordine di qualche decimale, cioè dal 132,6% al 132,4%. Poco o niente, insomma. Entro il 2019, secondo le previsioni del governo, si potrà arrivare attorno alla soglia 120% anche se non è ancora ben chiaro come sarà possibile effettuare questa accelerata. Per adesso, sembrano difficilmente raggiungibili gli obiettivi che la nostra permanenza in Europa ci impone, dopo la firma del trattato sul Fiscal Compact entrato in vigore nel 2013.


L'obiettivo (difficilissimo) del 60%

Le regole del Fiscal Compact, va ricordato, prevedono un lungo percorso a tappe, durante il quale il debito pubblico di tutti i paesi di Eurolandia scenderà obbligatoriamente al 60% del pil entro i prossimi 20 anni. Ciò significa che ogni nazione dell'Eurozona, in ciascun anno, dovrà ridurre il proprio rapporto debito/pil di un ventesimo della quota che eccede il 60%. Visto che in Italia siamo al 130% circa, cioè 70 punti oltre la soglia imposta da Bruxelles, saremo obbligati a tagliare il rapporto debito/pil di una media del 3,5% annuale. Nel 2015 non ci siamo riusciti e neppure nel 2016 ci riusciremo, rimanendo ben lontani dall'obiettivo prefissato e accontentandoci invece di una modesta riduzione dello 0,2-0,4%.


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A ben guardare, in condizioni di crescita normale, gli obiettivi del fiscal compact non sono di per sé proibitivi. Questo contestatissimo trattato europeo, infatti, non prende a riferimento il valore assoluto del debito bensì il suo rapporto col pil nominale. Quest'ultimo valore sta al denominatore, mentre lo stock del debito è al numeratore. Ogni anno, il pil nominale sale grazie a due fattori concomitanti: l'inflazione, cioè l'incremento dei prezzi al consumo, e la crescita reale dell'economia. Se per esempio l'inflazione fosse al 2% e l'economia reale crescesse di altri due punti percentuali, il valore assoluto del pil nominale salirebbe in 12 mesi di circa 4 punti. In tale scenario, basterebbe tenere il deficit pubblico (cioè l'aumento del debito) sotto l'1%, per vedere il rapporto tra lo stesso indebitamento e il prodotto interno lordo nominale ridursi di ben oltre il 3%. Aggiungendo poi qualche provento straordinario derivante dalla vendita di beni pubblici e destinandolo ovviamente alla riduzione dello stock di indebitamento, il rapporto debito/pil potrebbe calare anche di più del 4% ogni anno.


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Peccato, però, che lo scenario appena descritto sia per adesso nel libro dei sogni. Mentre l'inflazione è praticamente a zero, l'economia italiana è cresciuta nel 2015 dello 0,8% e probabilmente crescerà nel 2016 di circa l'1%. In queste condizioni, dunque, il valore del pil nominale resta quasi fermo al palo mentre quello del debito continua a crescere, visto che i nostri conti pubblici sono in disavanzo. Inoltre, con i mercati finanziari ballerini come nei primi mesi del 2016, non è facile neppure mettere sul mercato beni pubblici e fare le privatizzazioni. Non a caso, il collocamento in borsa delle Ferrovie dello Stato è ora in stand-by, dopo essere stato messo inizialmente in agenda per il 2016. Ecco dunque spiegato perché l'Italia non riesce a rispettare gli obiettivi di riduzione dell'indebitamento e oggi riceve la solita tirata d'orecchie dall'Europa.


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