Crisi greca, a furia di tagliare Atene è finita così…

Ambulatori per i più poveri, distribuzioni di farmaci e viveri, coperte per chi non si può più permettere il riscaldamento. E anche ammalarsi diventa un lusso

Credits: Bloomberg

Marco Pedersini

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La prima clinica di Médecins du monde ad Atene, nel 1997, era pensata per tossicodipendenti e prostitute. Poi i volontari dell’ong hanno visto le corsie riempirsi di immigrati clandestini, che avevano provato a raggiungere l’Europa ed erano rimasti bloccati in Grecia. «Ora il 95 per cento di chi ci chiede aiuto è cittadino greco» dice la volontaria che accoglie il cronista di Panorama nella piccola clinica di Perama, fuori Atene. Qui il porto del Pireo fa spazio ai cantieri navali, dove la riparazione delle barche, quattro anni fa, dava lavoro a oltre 6 mila persone. A Perama la crisi che ha eroso il pil greco del 20 per cento in quattro anni ha lasciato lavoro solo a una persona su 10 (nel resto del paese i disoccupati sono più del 27 per cento, 15 punti in più dell’Italia). «Ci sono 1.000 famiglie che si presentano regolarmente in cerca di cibo e di cure» informano alla clinica «è gente che prima viveva bene, che non si aspettava di diventare povera da un momento all’altro. Adesso queste famiglie sono in gran parte senza elettricità e senza riscaldamento, perciò oltre a cure, farmaci e viveri abbiamo iniziato a distribuire le coperte».

Molti dei pazienti più piccoli, a Perama, hanno problemi allo stomaco: «Mangiano troppo poco e, quando lo fanno, spesso si nutrono male. Bisogna stare molto attenti anche alla prevenzione: i genitori non hanno soldi per vaccinarli, allora cerchiamo di farlo noi, gratis». Quella dei vaccini è una delle priorità di tutte le associazioni che aiutano questi nuovi poveri che fino a tre anni fa erano classe media. Quasi tutti i medici incontrati lo ammettono a malincuore: «Non per essere allarmisti, ma io malattie come la malaria, fino al 2012, le avevo viste solo sui libri».

Scivolare in quella che qualcuno già chiama crisi umanitaria è più facile di quanto sembri. Lo stato garantisce un’assistenza sanitaria solo a chi paga ogni mese l’assicurazione dell’Ika, l’istituto di previdenza sociale. Se si perde il lavoro, le cure vengono garantite da 6 a 12 mesi, in base alla cassa a cui si è iscritti. Oltre quel periodo si deve pagare tutto, senza sconti. A dire il vero paga qualcosa anche chi ha l’assicurazione statale: fino al 2008 aveva l’accesso alle cure gratuito, poi ha iniziato a pagare 3 euro, 5 euro, e dal Capodanno del 2014 diventeranno 25 euro. Deve sborsare un quarto del costo delle medicine usate (il 10 per cento se è malato cronico), però se gli resta qualche soldo può pagare per avere un trattamento migliore, anche se si trova in un ospedale statale. Le associazioni di medici rilevano inoltre una pratica mai vista: «Ci capita di sentire malati cronici a cui viene detto: se vuole che la curiamo, si porti le medicine da casa».

«Gli ospedali respingono anche molte donne incinte» riferisce a Panorama Eleni Doulianaki della Clinica per la missione sociale, un servizio gratuito dell’arcidiocesi e dell’associazione dei medici di Atene, che in un anno di vita ha curato 17 mila persone. «La regola è: le persone non assicurate si curano solo in caso di emergenza. Lo si fa per risparmiare, ma il paradosso è che gli ospedali, a forza di rimandare l’assistenza a stadi successivi, si trovano a gestire solo casi che si sono aggravati e che sono quindi molto onerosi». Le donne incinte non vengono ammesse fino a che il bambino non sta per nascere e a quel punto, dopo la prima sera, si deve saldare il conto: nella migliore delle ipotesi sono almeno 600 euro. «Conosco molte pazienti che a quel punto sono fuggite senza pagare» dice la dottoressa Doulianaki. «Però, per registrare il neonato all’anagrafe hanno bisogno delle carte dell’ospedale, anche se non hanno i soldi per saldare il debito, perciò non registrano i figli». «La prima volta che ho sentito di un caso simile si trattava di una donna albanese del Pireo, 10 mesi fa» dice a Panorama il dottor Anastasios Ifantis «allora non riuscivo a crederci, adesso è quasi la norma, di situazioni così ne ho viste decine».

Sono i figli dell’era dei tagli al bilancio, che costringono il paese a una considerazione amara: in Grecia, adesso, è meglio non ammalarsi. Lo dice a Panorama Danai Petropoulou, architetto reinventatasi consulente psicologa. Il marito, con cui divideva il lavoro, è da poco in pensione («Per fortuna, visto che di case non se ne costruiscono più» dice). Ha un figlio 35enne che vorrebbe sposarsi ma è stato costretto a tornare a casa con lei, perché è stato per più di tre anni senza lavoro. L’altro figlio, ricercatore a Oxford, non può tornare perché sarebbe costretto a dire addio agli studi che lo tengono lontano da 15 anni. «Vivo con la metà delle entrate di prima e con una sola grande ansia: ho 60 anni, mio marito ne ha 65. Non possiamo ammalarci, se no è finita».

Fra i suoi assistiti Danai nota due tendenze: «Alcuni hanno riscoperto i legami familiari e cercano di resistere insieme alla crisi. Molti altri, invece, si sono chiusi in se stessi. Sono ridotti allo stremo da un nemico che non riescono a identificare. Se il nemico fosse visibile, potrebbero coalizzarsi per affrontarlo, mentre così non sanno come reagire».

Di fronte al potere opaco che di colpo esige austerità, ognuno trova il proprio capro espiatorio. Per Alba Dorata sono gli immigrati, per molti sono Fondo monetario internazionale, Ue e Bce, riuniti nell’immagine della tradizionale carrozza trainata da tre cavalli: la «troika». Per Theodore Pelagidis,
economista dell’Università del Pireo che già nel 2006 aveva previsto la crisi nello studio I vichinghi ad Atene, la troika ha fatto soltanto uno sbaglio. Purtroppo decisivo: «L’unico obiettivo di Angela Merkel e soci era garantire alle banche tedesche e francesi che avrebbero riavuto i soldi che avevano prestato alla Grecia, perciò questi leader si sono limitati a dire: “Dovete tagliare i vostri debiti di tot miliardi di euro”. Non hanno avuto il coraggio di scardinare il sistema greco, guidato da oligarchi corrotti, gli è bastato far tornare i conti finali. Per il gusto dei numeri hanno lasciato il sistema inalterato e in una situazione economica molto peggiore. Ha pagato solo la classe media, che è ormai così tassata da essere caldamente incentivata a evadere il fisco». Infatti, nonostante l’aumento delle tasse, il governo ha incassato il 16 per cento in meno dell’anno scorso (i conti registrano un surplus soltanto grazie a nuovi tagli alla spesa statale).

Sono le stesse considerazioni che si sentono pure negli uffici della sinistra radicale, che ora è intenta a studiare da partito di governo. «La troika non è venuta per salvare la Grecia, ma per garantire i soldi delle banche» ribadisce a Panorama un collaboratore molto stretto di Alexis Tsipras, leader di Syriza. «Sono stati bravi a farlo, ma aver lasciato il sistema inalterato gli costerà caro». A ottobre la Germania andrà a votare e, «se pensano che la Grecia resterà in croce fino all’autunno per permettere ad Angela Merkel di vincere le elezioni, si sbagliano di grosso. Qui ci aspettiamo di tornare alle urne al massimo entro giugno, per motivi economici. Se vinceremo noi inizieremo a dire le cose come stanno».

La gente comune, a dire il vero, non crede più nemmeno a Tsipras, che ha portato al 29 per cento dei consensi la sinistra dura che nel 2008 era al 5 per cento e che negli ultimi mesi è spesso all’estero a stringere mani, per accreditarsi come un futuro premier su cui contare.

«Quelli che pensano di comprare anche il nostro favore sembrano come le prostitute che dicono: “Tutte le donne sono come noi”» rispondono i suoi collaboratori, che per la troika e gli altri partiti greci hanno un messaggio velenoso: «Le persone disperate fanno cose disperate, lo scriva. Non ci hanno sparato a distanza e ora siamo entrati in casa loro, con il nostro debito esplosivo. Stiano attenti a come ci trattano o crolla tutto l’edificio».

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