Crisi finanziaria: Draghi sotto assedio

Il presidente della Bce teme tempeste. E intanto subisce nuovi attacchi

Mario Draghi (Credits: Getty Images)

Stefano Cingolani

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Sempre più audace ma sempre più assediato, Mario Draghi combatte dal suo ufficio nell’Eurotower di Francoforte una battaglia su più fronti. Al Parlamento europeo, lunedì 8 luglio, il presidente della Bce ha ripetuto che «la situazione dell’economia richiede tassi d’interesse bassi», confermando la svolta di pochi giorni prima, quando aveva proclamato in anticipo l’intenzione di mantenere il costo del denaro al livello minimo il più a lungo possibile, e ha infranto così la dottrina del banchiere centrale che tace per sorprendere il mercato.

Non è la passione teorica ad avere spinto Draghi, bensì la convinzione che gli gnomi della finanza stiano preparando qualche brutto scherzo. Le borse sono cresciute moltissimo, Wall Street è un buon 15 per cento sopra i massimi ante crisi, Tokyo ancora più su. La bolla si gonfia e ci sono tutte le condizioni perché l’orso ribassista esca dalla caverna. La Bce, così, lancia la sfida: volete speculare? Non vi servirà a niente. Un anno fa aveva seguito la stessa tattica: intendete attaccare l’euro? Provateci, noi faremo «tutto il possibile per difenderlo, e dico proprio tutto».

La scelta è stata approvata all’unanimità, ha votato a favore anche il capo della fronda, Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, campione dell’opinione pubblica tedesca che considera Draghi troppo americano; anzi, peggio, troppo italiano. La corte costituzionale di Karlsruhe ha aperto un vero e proprio processo alla Bce in base alla convinzione che, al contrario della Federal reserve, la Banca centrale europea non debba acquistare titoli pubblici perché alla fine tocca sempre ai contribuenti saldare il conto. Ma il retropensiero è che Draghi abbia fatto troppo per salvare l’Italia fra l’estate del 2011 e la primavera del 2012.

Anche Weidmann, in realtà, vuole evitare una tempesta finanziaria che cadrebbe come una ghigliottina sulle elezioni tedesche del 22 settembre; ma l’ascia di guerra è tutt’altro che sepolta. Nuove frecce, intanto, arrivano persino dagli Stati Uniti. Ben Bernanke è in uscita e l’eminente economista che ha gettato dollari dall’elicottero (una famosa battuta di Milton Friedman) ha commesso un passo falso. Il 18 giugno scorso, «Helicopter Ben» ha fatto capire che si avvicina il momento della svolta. In realtà si riferiva all’anno prossimo; il suo obiettivo è far scendere al 6,5 per cento un tasso di disoccupazione che a giugno era ancora al 7,6. Quindi nessuna stretta in vista; tuttavia, le borse hanno reagito con ondate di vendite.

«La Bce tiene duro, però non riuscirà a mantenere una divergenza nei tassi di interesse a lungo termine con gli Stati Uniti» sostiene l’economista Stefano Micossi. «I mercati si attendono una nuova operazione di rifinanziamento delle banche e una nuova discesa del costo del denaro».

Il fronte monetario, dunque, è rovente. Ma Draghi si deve guardare le spalle anche nella madrepatria, dove in pubblico si levano peana al salvatore e in segreto si preparano polpette avvelenate. Persino l’attacco a Fabrizio Saccomanni viene letto come un fuoco amico che colpisce il presidente della Bce attraverso uno dei suoi più fidati collaboratori.

Non solo, Draghi è stato costretto già in due occasioni a giustificarsi davanti ai giornalisti, per scelte compiute quando era governatore della Banca d’Italia e direttore generale del Tesoro. La prima volta è accaduto a febbraio sullo scandalo al Monte dei Paschi di Siena. «L’operato fu corretto, lo riconosce anche il Fondo monetario» ha tagliato corto. Quanto ai derivati, «ho fatto l’interesse dell’Italia» ha detto senza mezzi termini giovedì 4 luglio. Andrea Monorchio, ragioniere generale dello Stato dal 1989 al 2002, ricorda che quelle partite erano in mano al direttore generale. «Ma Draghi non è uno sprovveduto, anzi era l’unico che capisse davvero i complicatissimi meccanismi finanziari» ammette con Panorama. Eppure, per chiudere un contratto con la Morgan Stanley, il Tesoro ha pagato 2,56 miliardi nel dicembre 2011; per liquidare anche le altre cinque operazioni esistenti, coperture sui tassi d’interesse con Bnp, Deutsche Bank, Dexia, Unicredit e Intesa, ce ne vorrebbero 8. Esattamente quel che serve a sistemare imu e iva.

Non si scandalizza Gustavo Piga, il primo a scoprire, nel lontano 2001, i diavoli che si annidano nei dettagli del bilancio pubblico. L’economista, docente di economia politica a Roma Tor Vergata, spiega che «è una questione di trasparenza. Lo fanno tutti. Svedesi e danesi sottoscrivono derivati à gogo, però rendono pubblici i contratti, chiunque può controllare. In Italia sono considerati segreto di Stato, per evitare che i mercati speculino contro. Ma proprio Draghi, con il suo gioco d’anticipo, dimostra che è meglio parlare subito e con chiarezza».

La Corte dei conti fa il proprio lavoro, anche quando scopre quel che tutti sanno. Tuttavia, certi allarmi a orologeria suonano strumentali e nascondono il sospetto dei sospetti. Che l’Italia non fosse pronta a entrare nell’euro nel 1998 è ormai assodato; l’ombra oscura è che abbia usato una finanza fin troppo creativa, anzi veri e propri trucchi. Non come la Grecia, ma quasi. Per Draghi sarebbe davvero una coltellata alla schiena. Addio super Mario? Niente affatto. Eppure, da sotto la cenere spuntano micidiali lingue di fuoco.

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