Crisi Eurozona: l’Italia non può rassegnarsi alle prospettive del FMI

Il nostro Paese non può attendere vent’anni per tornare alla condizione del 2007. Servono politiche economiche comunitarie in senso espansivo

La direttrice dell'Fmi, Christine Lagarde e il presidente della Bce, Mario Draghi – Credits: Epa Photo/Ansa

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Il 27 luglio il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha pubblicato il rapporto n. 15/204 Politiche Economiche nell’Eurozona. Il Rapporto afferma che è in corso il rafforzamento della ripresa economica nell’Eurozona, ma che questa potrebbe indebolirsi nel medio periodo qualora non vengano intraprese decise iniziative in quattro aree cruciali per la stabilità della crescita economica: dinamica della domanda aggregata, pulizia dei bilanci delle banche gravate da sofferenze e crediti deteriorati (circa 350 miliardi, pari al 18% degli impieghi, per le banche italiane), riforme strutturali e rafforzamento della governance economica.

 La ripresa economica osservata nell’Eurozona si va rafforzando spinta da un aumento della domanda interna, dal basso prezzo del petrolio (-50% dall’inizio dell’anno), dalla politica monetaria espansiva (Quantitative Easing) della Banca Centrale Europea (BCE) e dalla debolezza (svalutazione) dell’euro (1.11 rispetto al dollaro).

 La ripresa, grazie alle aspettative moderatamente inflazionistiche (0% nel 2015 e +1,1% nel 2016) e ai bassi tassi d’interesse (conseguenze del Quantitative Easing della BCE), dovrebbe proseguire nei prossimi mesi e consentire una crescita media del PIL dell’1,5% quest’anno e dell’1,7% nel 2016.

I rischi, più che dalla bassa inflazione, dalla volatilità dei mercati finanziari (crisi della Borsa cinese) e dalla dinamica economica dei Paesi emergenti, sono da ricercare nell’insufficienza cronica della domanda aggregata nell’Eurozona e nella bassa produttività. Elementi che continuano a comprimere la crescita potenziale, cioè ottenibile nelle attuali condizioni con l’impiego massimo dei fattori di produzione attorno all’1%, un valore troppo basso per consentire una riduzione dei tassi di disoccupazione a due cifre registrati in molti Paesi. Si tratta, quindi, di una crescita debole ed estremamente vulnerabile a shock negativi e a una prolungata stagnazione.

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Lo squilibrio tra creditori e debitori
Mentre l’Eurozona come aggregato continua a registrare un significativo surplus delle partite correnti (+18 miliardi di euro a maggio), al suo interno permane il profondo squilibro tra Paesi creditori e debitori. Da una parte la Germania e l’Olanda che continuano a macinare attivi ben oltre il consentito; dall’altra Stati come Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda che registrano profondi saldi negativi (Francia -1,3% mentre l’Italia segna un +1%).

 Per avere una misura dello squilibrio presente nell’Eurozona, basta ricordare che la Germania presenta nel periodo gennaio-maggio 2015 un surplus di 83 miliardi di euro, mentre nel 2013 (ultimi dati internazionali disponibili) l’attivo della bilancia delle partite correnti tedesche è stato di 233 miliardi di euro nel 2013, il 7,4% del PIL, a fronte del surplus della Cina, più volte criticato dagli USA, che ammontava a soli 165 miliardi di euro, pari al 2% del PIL.

 La prospettiva di un euro debole, pur consentendo il generale miglioramento delle partite correnti, non potrà che accrescere il surplus della Germania, in assenza di una rilevante crescita della sua domanda interna. Inoltre, la distruzione sistematica della manifattura non tedesca all’interno dell’Eurozona non potrà che proseguire indisturbata in assenza di interventi strutturali sulla produttività che riducano il divario del costo medio del lavoro per unità di prodotto che, fatto 100 nel 2000, è oggi di 90 in Germania, 95 in Portogallo, 100 in Spagna e Grecia, 102 in Irlanda e 105 in Italia, nonostante le decontribuzioni introdotte dal governo del primo ministro Matteo Renzi.

 

La soluzione proposta dal FMI
In questo scenario, per stabilizzare e rafforzare la ripresa economica, il FMI suggerisce un’azione più vigorosa e concertata dei Paesi dell’Eurozona a partire da un diverso mix di politiche economiche che privilegi la crescita della domanda interna (consumi e investimenti). A questo proposito il FMI fa sapere che le simulazioni fatte con EUROMOD (Institute for Social and Economic Research) indicano l’esistenza di un rilevante dividendo di crescita, che farebbe raddoppiare il tasso medio di crescita nel biennio 2015-2016 e determinerebbe un aumento del tasso d’inflazione al livello obiettivo del 2%.

 

È evidente che questo risultato può essere ottenuto solo sospendendo le politiche di austerità imposte dal patto di stabilità o consentendo una più ampia flessibilità nell’interpretazione dei vincoli sul rapporto debito pubblico/PIL e deficit pubblico/PIL.

In alternativa, qualora quella strada fosse preclusa dall’ostinata resistenza della Germania, di cui si è avuta dimostrazione durante la crisi greca, si potrebbe operare in autonomia ridefinendo l’azione della Cassa Depositi e Prestiti sul modello dell’omologa KFW (Kreditanstalt fur Wiederaufbaue) tedesca, cioè costituendo un fondo, garantito dallo Stato italiano attraverso asset non strategici, con cui finanziare investimenti pubblici e privati per molti miliardi. La KFW ha investimenti privati pari al 74% dell’attivo (5 volte quelli di CDP), finanziato per il 90% con bond emessi sul mercato, ma garantiti dallo Stato, e per il resto da finanziamenti pubblici diretti, mentre CDP è finanziata per i ¾ dal risparmio postale e solo per il 25% da obbligazioni (61 miliardi). La conseguenza è che CDP ha una liquidità di oltre 180 miliardi (2014), mentre KFW ha una liquidità praticamente nulla.

Nello scenario attuale, senza questo genere di interventi la profonda crisi economica che ha devastato i Paesi dell’eurozona mediterranea si protrarrà a lungo e per l’Italia saranno necessari, nella migliore delle ipotesi e in assenza di shock imprevisti, almeno due decenni per ritornare alla condizione del 2007.

 La domanda che in molti si pongono è se l’Italia è in grado di resistere ancora a lungo in questa condizione. Può il nostro Paese condannare un’intera generazione di giovani alla disoccupazione e alla precarietà? E ancora, può la coesione sociale reggere l’impatto di una crescente disuguaglianza che attribuisce più del 50% della ricchezza del Paese al 10% delle famiglie e offre al restante 90% della popolazione solo “lacrime e sangue”?

 L’insostenibilità delle prospettive impone un’azione energica e risolutiva che spezzi l’azione dell’austerità imposta dalla Germania e dai suoi storici vassalli. Solo la rinnovata collaborazione tra il presidente francese Francois Hollande e Renzi può avere speranza di realizzare, in qualche modo, un radicale cambiamento in senso espansivo delle politiche economiche dell’Eurozona, prima che del sogno unitario di Spinelli e Rossi restino solo macerie e disperazione.

 

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