La crisi europea e il paziente tedesco

Gli otto interrogativi che pesano sulla Germania e che minano il ruolo di locomotiva d’Europa

Il cancelliere tedesco Angela Merkel (Credits: Elaborazione grafica di Stefano Carrara)

Dalle urne della Bassa Sassonia emerge lo spettro dell’ingovernabilità. Nel land di Hannover, dove la coalizione rosso-verde ha battuto per un soffio la Cdu di Angela Merkel, è già una certezza. A Berlino è visto come un incubo. La Bassa Sassonia è la regione della Volkswagen (il governo possiede un quinto delle azioni) e di Gerhard Schröder, l’ultimo cancelliere socialdemocratico. Nel passato è stata una regione laboratorio e gli osservatori politici si chiedono se lo sarà anche in futuro.

La popolarità di Angela Merkel è ancora altissima, eppure ha perso tutte le elezioni locali. Lo scontento politico è la manifestazione cutanea di un malessere che nell’ultimo anno ha fiaccato il corpo robusto del paese più forte d’Europa. E il brusco rallentamento del prodotto lordo, avviato verso una crescita zero virgola quattro, ne rappresenta il pendant economico. I medici attorno al capezzale s’accapigliano sulle ricette, intanto hanno individuato almeno otto sintomi gravi.

1 - Domanda interna debole
La domanda interna è scesa vicino a zero nel 2012 e l’ultimo bollettino della Bundesbank mostra che resterà piatta anche quest’anno. Ciò è l’effetto
di una politica di bilancio austera e di un contenimento dei salari, che mantiene bassa l’inflazione, ma deprime la crescita mentre le esportazioni, tradizionale molla del Modell Deutschland, perdono colpi.

2 - Euro forte a Francoforte
Il rigore spinge in alto l’euro e la Germania ha il culto della moneta forte. Ma ormai siamo a una sopravvalutazione sistematica che prima ha penalizzato i paesi del sud e adesso torna indietro come un boomerang. I vantaggi competitivi si assottigliano. Le imprese italiane e spagnole stanno
esportando nei paesi extra euro a ritmo superiore rispetto a quelle tedesche, invece le loro vendite in Germania ristagnano. È una nuova asimmetria densa di incognite.

3 - Fuga dai Bund
I Bund sono diventati beni rifugio, favorendo la fuga da Bonos e Btp. L’afflusso di moneta ha aiutato a ridurre i costi di un debito che supera i 2 mila miliardi (come quello italiano). Ma la bonanza ha provocato una falsa euforia, perché i rendimenti sono inferiori all’inflazione, quindi chi acquista titoli tedeschi perde soldi. Passata la paura di un crollo dell’euro, i risparmiatori oggi guadagnano comprando Btp e Bonos, non Bund.

4 - Banche a orologeria
Le banche sono una bomba a orologeria. Quelle locali hanno un patrimonio troppo esiguo, quelle grandi sono piene di derivati ad alto potenziale esplosivo (soprattutto la Deutsche Bank). La Commerzbank, numero due in classifica, cerca capitali per evitare una completa nazionalizzazione. Che cosa succede se scendono ancora i prezzi delle case? Si discute di nuovo su una bad bank nella quale mettere crediti a rischio e titoli marci. Ma chi paga?

5 - Stato sociale insostenibile
Il welfare resta ancora molto generoso, nonostante i tagli dell’ultimo decennio. E troppo costoso. Le pensioni a 67 anni hanno salvato la previdenza, ma nel mirino ora è la sanità che cresce più della media europea. L’ultima trovata è «esportare» gli anziani nelle cliniche dei paesi dell’Est, che costano meno allo stato tedesco. Ma questa sorta di rottamazione umana ha provocato una levata di scudi, con forti obiezioni etiche.

6 - Mercati chiusi
I servizi sono saldamente in mano a società pubbliche che agiscono da monopoliste. Le poste sono diventate una multinazionale che fa concorrenza alla Dhl. Ma le barriere all’ingresso, di legge o di fatto, violano lo spirito e la lettera dell’Unione Europea. E non garantiscono nemmeno l’efficienza per gli utenti tedeschi.

7 - Più richieste salariali
Il rapporto consociativo con i sindacati ha aiutato a superare la crisi senza conflitti. Nei grandi gruppi, dalla Siemens alla Bayer, alla Volkswagen, accordi pilota hanno scambiato riduzioni dei salari e flessibilità negli orari con la salvaguardia dei posti di lavoro. Un modello che studiosi italiani come Pietro Ichino o Francesco Giavazzi hanno sbandierato per anni. La disoccupazione al 7 per cento dà loro ragione (in Italia siamo ormai al 12). Ma il mondo del lavoro è spaccato fra Konzern strapotenti e piccole imprese meno produttive di quelle italiane. Non solo, ora la tregua vacilla e i sindacati chiedono quel che hanno ceduto negli anni scorsi.

8 - Europeismo riluttante
La politica del «nein» isola la Germania. È vero, alla fine Frau Merkel non ha ostacolato la svolta interventista della Bce. Il meccanismo salvastati è stato approvato e anche la riforma bancaria (sia pur rinviata di un anno). Ma tutto ciò è avvenuto dopo un estenuante tira e molla. È intervenuta a più riprese la Casa Bianca per rompere le resistenze di Berlino. Christine Lagarde dal Fondo monetario ha alzato la bacchetta. E i massimi dirigenti cinesi hanno criticato il rigore senza crescita. La realtà quotidiana di un europeismo riluttante, insomma, copre la retorica federalista. Tutto cambierà dopo il voto del 22 settembre? In molti lo sperano e l’Italia per prima. Ma lo sfidante Peer Steinbrück s’è perso in gaffe e passi falsi, mentre il suo partito, la Spd, non ha alcuna medicina alternativa.

Leggi Panorama on line

© Riproduzione Riservata

Commenti