Crisi economica: perché tra Germania e Italia vincerà la BCE

Tra rigore e rispetto
 delle regole e flessibilità e meno
 dogmatismo avranno la meglio realismo e concretezza

Mario Draghi, presidente Bce – Credits: EPA/ARNE DEDERT

Fabrizio Goria

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La guerra silenziosa che si sta combattendo fra Berlino e Roma alla 
fine sarà vinta da Francoforte. Su un fronte ci sono rigore e rispetto
 delle regole. Sull’altro ci sono maggiore flessibilità e meno
 dogmatismo. In mezzo, però, ci sono realismo e concretezza. Ed è
 quest’ultimo versante, rappresentato dalla Banca centrale europea, che
 avrà la meglio.

Il realismo porta a ripensare un’eurozona nata 
imperfetta e peggiorata per via di troppi errori, politici e non. La 
concretezza induce invece a preparare nuovamente un pannicello caldo 
in modo da placare le eventuali piaghe scaturite dalla furia dei
 mercati finanziari.



Da quando Matteo Renzi è arrivato a Palazzo Chigi, era il 22 febbraio 
scorso, la discussione sulla politica fiscale in ambito Ue è stata
 quasi a senso unico. "C’è bisogno di maggiore flessibilità sulle 
regole”, disse l’ex sindaco di Firenze. Secca la risposta della
Germania: "Le regole esistenti garantiscono già un ampio margine di
 flessibilità”. Difficile conciliare queste due posizioni. Berlino 
chiede un do ut des. Riforme strutturali promesse in cambio di più
 margini di spesa. In altre parole, il vecchio concetto dei compiti a 
casa. L’Italia non ci sta, fa la voce grossa, la Germania la fa ancora
 più grossa e tutto resta com’era prima.



Ma, nel mentre, la congiuntura dell’area euro peggiora. Dalla paura 
dello spread, visibile e pirotecnica, si passa a un altro spauracchio,
 più effimero e più pericolo. La deflazione, ovvero il calo 
generalizzato dei prezzi al consumo, riempie le pagine dei quotidiani
 e mette in difficoltà pure la Bce e il suo mandato, la stabilità dei
 prezzi.

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Urge fare qualcosa, dato che i flussi di capitale esteri che 
avevano caratterizzato la storia dell’area euro nella prima parte
 dell’anno si stanno inaridendo. La domanda domestica nei Paesi
 periferici è ancora debole, i canali di accesso al credito sempre ridotti al lumicino, complice il deleveraging bancario. Mario Draghi
 gioca la sua carta: taglio dei tassi d’interesse principali, nuove
 aste di rifinanziamento a lungo termine, inizio di studio sulla
 possibilità di acquistare titoli sul mercato (ovvero una forma di
 Quantitative Easing, o QE).

 Nemmeno questo potrebbe bastare, però. Nelle settimane successive
 all’annuncio delle nuove misure di politica monetaria, Draghi ricorda
 ai governi che senza il loro supporto e i loro sforzi non si potrà
 uscire dalla palude.

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L’ex governatore della Banca d’Italia si conferma
 uno dei banchieri centrali più abili nella dialettica politica, anche se non è questo il suo ruolo. De facto, chiede anche lui un do ut des.
 La Bce continuerà, nei limiti del suo mandato, a preservare 
l’integrità dell’area euro, ma anche i singoli Stati membri devono
 impegnarsi. L’Italia sotto il profilo delle riforme, la Germania sotto 
quello di una maggiore collaborazione.

 Quando dal simposio economico di Jackson Hole Mario Draghi ha parlato
 di "fiscal stance aggregata" a Berlino hanno storto il naso. Il discorso
 era innovativo per molti versi, ma il più importante riguarda il
 coordinamento delle politiche fiscali all’interno della zona euro. Se 
un Paese è in surplus e ha spazio per un’espansione, sarebbe meglio 
che lo facesse, se ciò è funzionale al sostentamento dei Paesi che 
invece sono in deficit, non hanno margini operativi e devono procedere 
con il consolidamento fiscale.

In pratica, una sorta di solidarietà, 
la quale giova a tutti. Ai Paesi deboli, perché così possono avere un 
supporto dai partner commerciali. Ai Paesi forti, perché così non
 vengono urtati nel medio periodo dalla debolezza degli altri. 

Le parole di Draghi hanno fatto impensierire Berlino. Due i motivi. Il
 primo è che la Bce non si dovrebbe occupare di politica fiscale, che 
resta prerogativa (per ora) dei governi nazionali. Il secondo è che la
 Germania non vuole intavolare alcuna discussione su concessioni a
 Paesi che non hanno ancora portato a termine le misure per le quali si
 sono impegnate negli anni passati.

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Draghi, tuttavia, sa che qualcuno 
deve ricordare ai governi qual è il loro ruolo e quali rischi si
stanno correndo.

 E le sue bacchettate sono arrivate anche a Roma. Nell’ultimo 
discorso dopo la riunione del Consiglio direttivo dell’Eurotower, il
 banchiere centrale ha ricordato all’Italia che "l’incertezza generale
 che la mancanza di riforme strutturali produce è un fattore molto 
potente che scoraggia gli investimenti". Altro che flessibilità. Il QE 
di cui si sta discutendo è uno strumento che può aiutare il sistema 
finanziario a migliorare i canali del credito, e quindi rilanciare la
 domanda nei Paesi in qui questa è debole. Può essere utile a prendere
 tempo, ma nel lungo periodo il rischio che si corre è che non si
 riesca a creare un’area economica virtuosa. 

Anche Draghi è consapevole che l’eurozona che soffre per la deflazione 
e per la riduzione dell’appeal presso gli investitori istituzionali ha 
bisogno di trovare un compromesso fra rigore e flessibilità. Tutto
 però passa dalle riforme. Prima arrivano, prima è possibile invertire 
la rotta. Draghi, all’interno dei confini posti dal suo mandato, sta 
facendo quanto possibile per stabilizzare l’instabile. Ma l’ultimo
 sforzo, quello decisivo, spetta ai governi.

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