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Crisi economica: perché l'Europa non fa come Obama

Il presidente degli Stati Uniti solidarizza con la Grecia contro l'austerity. Ma, per l'Ue, è difficile imitare le politiche americane

Andrea Telara

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“Non si può continuare a spremere Paesi che sono in profonda recessione”. Parola del presidente americano Barack Obama che ieri, in un'intervista rilasciata alla Cnn, ha fornito un inaspettato supporto ad Alexis Tsipras, nuovo premier greco e leader della sinistra di Syriza, appena uscito vincitore dalle elezioni politiche grazie alla sua campagna contro l'austerity economica.


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Parlando della Repubblica Ellenica, Obama ha infatti sottolineato come sia difficile fare le riforme giuste in un paese in cui il pil è crollato del 25% in pochi anni, proprio a causa dell'austerità di bilancio imposta ad Atene dagli altri paesi europei e, in particolare, dalla Germania di Angela Merkel. Il ragionamento del presidente americano non fa una piega, almeno in linea di principio. Anche perché, come sottolineano molti osservatori più o meno obiettivi, gli Stati Uniti sono riusciti a venir fuori dalla recessione del 2009, successiva alla grande crisi finanziaria del 2008, con una ricetta completamente diversa da quella adottata in Grecia.


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Negli ultimi anni, l'amministrazione di Washington ha allargato le maglie del disavanzo pubblico, lasciando che il rapporto deficit/pil superasse il 13% nel 2009, il 10% nel 2010 e nel 2011, per poi farlo scendere molto gradualmente fino al al 5% negli anni successivi, con l'intento di stabilizzarlo attorno ai tre punti percentuali soltanto nel 2015. Un trend crescente c'è stato invece per il debito pubblico americano che è salito fin quasi al 110% del pil negli ultimi anni, dal 66% del 2007. Intanto, però, mentre i conti del governo statunitense sono rimasti costantemente in rosso, l'economia d'Oltreoceano è tornata a viaggiare con il vento in poppa, con il prodotto interno lordo americano che è cresciuto del 2,4% nel 2014, mentre la disoccupazione è tornata sotto il 6%. Merito, dice qualcuno, anche delle politiche keynesiane dell'amministrazione Obama che, proprio grazie ai disavanzi di bilancio, ha lavorato per rilanciare la domanda interna del paese, cioè i consumi e gli investimenti, in barba ai proclami dei sostenitori dell'austerity.


Le fragilità di Atene

Perché, dunque, non fare la stessa cosa anche in Grecia e nel resto d'Europa? Dopo essere finito in bancarotta nel 2010, il governo di Atene ha ricevuto dei generosi prestiti dagli altri paesi europei ma ha dovuto imboccare la strada inversa rispetto a Obama. Per la Grecia, la ricetta è stata la rinuncia totale alla spesa facile e un grande rigore di bilancio basato su un consistente avanzo primario, che ha raggiunto il 2,9% del pil nel 2014. Il che significa, tradotto in cifre, che lo scorso anno il governo greco ha speso 1,9 miliardi in meno rispetto a quanto ha incassato con le tasse e tutte le altre entrate, mettendo pesantemente le mani in tasca ai cittadini. Si tratta appunto di una politica di austerity che, alla fine, si è rivelata però una medicina molto amara da mandar giù, capace di deprimere i consumi e gli investimenti e di far sprofondare il paese nella più grave recessione del dopoguerra.



Crisi del bilancio Usa: e Obama resta senza soldi


Imitare in Europa le politiche di Obama, però, è molto più difficile di quanto non sembri a prima vista, se non addirittura impossibile. Tralasciando il fatto che la Grecia è stata accusata dagli altri partner europei di aver truccato i conti pubblici e che ha già un debito sopra il 170% del pil, molto più alto di quello degli Usa, ci sono ben altre ragioni che sconsigliano al governo di Atene di abbandonare senza remore le politiche di austerity. Queste ragioni le ha spiegate l'economista dell'Università Luiss, Pietro Reichlin, sulle pagine del sito Lavoce.info, in un articolo tutto dedicato alle fragilità della Grecia


Rigore e crescita


“Il rigore fiscale non aiuta certo a superare le recessioni”, sostiene Reichlin, “ma questo non significa che la spesa in disavanzo sia sempre e comunque una via per la crescita”. Nel caso della Repubblica Ellenica, infatti, aumentare consistentemente il deficit significherebbe creare nuovo debito che il governo di Atene dovrebbe poi finanziare collocando sul mercato nuovi titoli di stato, a tassi ben superiori a quelli che oggi gravano sul debito esistente. E' vero, aggiunge l'economista della Luiss, che “la spesa in disavanzo può essere utile in alcune circostanze e in alcuni paesi”. Bisogna però evitare che questa politica di spesa provochi poi un aumento eccessivo dei tassi d'interesse, che darebbe un colpo fatale agli investimenti produttivi, fermando la crescita economica a cui punta il governo.


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Di solito, sottolinea ancora Reichlin, i paesi che riescono a indebitarsi a tassi contenuti sono quelli che, pur registrando un alto disavanzo in certi periodi, dispongono di una consistente ricchezza privata e si sono costruiti nel tempo la reputazione di debitori virtuosi, in grado tenere a bada il deficit pubblico quando l'economia cresce e non è in recessione. Questa reputazione forse ce l'hanno gli Stati Uniti che, tra l'altro, hanno pure una valuta importante come il dollaro e una banca centrale, la Federal Reserve, che coordina con l'amministrazione di Washington tutti gli interventi di politica monetaria. E' difficile, invece, fare lo stesso ragionamento per molti paesi europei e per la Grecia in particolare, che non può certo permettersi a cuor leggero di fare nuovo debito come Obama o di svalutare quello esistente. Oggi, infatti, i creditori di Atene sono soprattutto gli altri stati dell'Eurozona, tra cui ci sono anche nazioni già pesantemente indebitate come la Spagna, il Portogallo o l'Italia. Il mercato, invece, non sembra molto disposto a dar credito Repubblica Ellenica, a differenza di quanto avviene per gli Stati Uniti.


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