Cosa Renzi non potrà chiedere all'Europa

Rinegoziazione del fiscal compact, sforamento del tetto del 3% nel rapporto deficit/pil, eurobond: i temi caldi per il presidente del Consiglio al Parlamento Europeo

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi – Credits: Imagoeconomica

Fabrizio Goria

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L'affermazione di Matteo Renzi alle ultime elezioni europee non è passata inosservata a Bruxelles. L'euforia potrebbe però lasciare presto spazio alla realtà. Toccare alcuni temi durante la presidenza italiana dell'UE potrebbe vanificare la buona performance elettorale. Dal Fiscal compact agli eurobond, passando per la girandola di nomine dell'Europa che sarà, sono numerosi i dossier off-limits.

La cosa più importante che Renzi non deve fare è fissarsi sulla rinegoziazione del Fiscal compact. Come ha scritto il think tank Bruegel in un articolo di commento alle elezioni, sebbene l'assetto di questo patto fra gli Stati membri non sia ottimale in quanto troppo rigido, non ci possono essere slanci in avanti. "Le occasioni non sono poche, ma l’Italia resterà sotto osservazione e non si potranno far prevalere gli interessi nazionali al posto di quelli comunitari", rammenta un alto funzionario della Commissione europea.
Prima di tutto, per cambiare il Fiscal compact occorre che ci sia l'unanimità di tutti coloro che l'hanno sottoscritto, in quanto è nato sotto forma di Intergovernmental agreement. Un obiettivo quasi impossibile da ottenere dato che alcuni Paesi, come Germania, Olanda e Finlandia, lo vedono come unico baluardo contro l'indisciplina fiscale.

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Il secondo punto, non meno importante del primo, riguarda la particolare posizione dell'Italia. Roma è al secondo posto in Europa nella speciale classifica dei Paesi con il più alto rapporto fra debito e Pil, subito dopo la Grecia. Proprio in quanto sotto il profilo delle finanze pubbliche l'Italia lascia scoperto il fianco a numerose critiche, è poco credibile che sia proprio Renzi a guidare la battaglia per una maggiore flessibilità dell'architettura fiscale dell'area euro. "Di certo l’Italia non è in una posizione vantaggiosa, se continua a non ridurre il debito pubblico", spiega il funzionario. Per il presidente del Consiglio focalizzarsi e insistere sul Fiscal compact potrebbe rivelarsi un boomerang capace di danneggiare lui, e l'immagine dell'Italia, anche sulle altre negoziazioni, da Frontex alle misure a sostegno delle piccole e medie imprese.

Infine, il terzo punto. Per quanto sia subottimale e imperfetto, il Fiscal compact ha svolto a pieno uno dei compiti per cui è nato, ovvero placare l'ira degli investitori internazionali nel periodo più buio della crisi dell'euro. Un eventuale allentamento dei correnti parametri fiscali, spinto solo dall'euforia post elettorale, potrebbe quindi avere un effetto negativo sulla percezione esterna dell'area euro. Specie perché, anche qualora ci fosse una rinegoziazione del Fiscal compact, questa dovrebbe essere credibile. E la credibilità, almeno per gli osservatori esterni, si può misurare solo in base all'effettivo consolidamento dei conti pubblici.

Un piccolo spazio operativo, tuttavia, Renzi lo ha. Il Fiscal compact prevede una clausola di revisione, che traccia un bilancio dell'intero pacchetto a due anni dall'entrata in vigore. In novembre, quindi sotto la presidenza italiana, si discuterà di questo e Roma avrebbe l'opportunità di sfruttare a suo vantaggio la finestra di revisione, come già previsto dal governo di Enrico Letta grazie al piano “Impegno Italia”. A patto, però, che non ci siano deviazioni sugli altri punti.

Uno degli altri versanti su cui Renzi deve evitare di giocare male le sue carte è quello dello sforamento del tetto del 3% del rapporto fra deficit e Pil. Contrariamente a quanto si creda in Italia, l'attuale quadro normativo lascia diverso spazio di manovra. Il Six-Pack, cioè il pacchetto di leggi che rafforza la disciplina fiscale nell'area euro, prevede che si possa fuoriuscire dai binari del 3% anche in caso di una recessione particolarmente severa, oltre che in caso di un evento eccezionale, quale una catastrofe naturale. E non sono ammessi deragliamenti. Né possono esserlo in assenza di un accordo condiviso fra gli Stati membri.

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Sempre parlando di finanza pubblica e futuro della zona euro, Renzi dovrà resistere alla pressione, prettamente nazionale, di mettere in agenda una discussione sugli eurobond. Nonostante ci sia stata qualche tiepida apertura nei mesi scorsi da parte del cancelliere tedesco Angela Merkel, ogni mutualizzazione del debito non è contemplata, né lo sarà in assenza di uno shock interno così elevato da far incrementare ancora il rischio di convertibilità dell'euro.

E poi c'è il piano più politico, quello delle nomine nei ruoli chiave della prossima legislatura europea. Ci sono infatti da spartire diverse poltrone, da quella di numero uno dell'Eurogruppo a quella di presidente della Commissione europea. La tentazione di Roma, evidenziata anche dalle indiscrezioni di stampa, è solo una: ottenere il più possibile, sfruttando l'onda lunga del 40% ottenuto dal PD, risultato che lo piazza numericamente al secondo posto in Europa, dopo la CDU tedesca. La dimostrazione di questa tendenza è data dalle voci che vedono Pier Carlo Padoan, titolare delle Finanze, sullo scranno dell’Eurogruppo. Considerato chi siede al vertice della Banca centrale europea, una tentazione tanto pericolosa quanto inutile.

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