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Cipro, è l'Europa che doveva pagare

L'alternativa al prelievo sui conti era che pagassero i responsabili: le istituzioni e i politici europei

Bandiere della Ue e di Cipro sventolano vicine (Credits: PATRICK BAZ/AFP/Getty Images)

Capisco, e ad esse mi associo, le critiche verso le modalità con le quali è stata salvata Cipro . Capisco, e ad esse ancora mi associo, le preoccupazioni legate al fatto che da un paio di giorni i correntisti europei sono diventati non più solo clienti della banca dove depositano i loro soldi ma, attraverso quelli, i potenziali salvatori dell’istituto di credito.

D’altra parte quando il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha detto che le modalità di salvataggio di Cipro sono “un modello” (voce dal sen fuggita) proprio di questo stava parlando. E non mi tranquillizza affatto che proprio da ieri lo Stato è autorizzato a conoscere ogni variazione del saldo del mio conto corrente direttamente attraverso l’Agenzia delle Entrate, perché se conosce quanto ognuno ha in banca, conosce anche il potenziale obolo che ognuno può versare per evitare l’eventuale insolvenza della banca.

Ma, ecco l’obiezione, per Cipro non c’erano altre vere alternative. Fare entrare in campo l’Esm, il fondo europeo creato apposta per rattoppare le falle bancarie, avrebbe potuto innescare non solo una sorta di “moral hazard” bancaria in tutta Europa (e allora perché lo si è costituito?)

Invece io credo che un’alternativa ci sarebbe stata, se solo la vicenda cipriota fosse stata gestita in modo meno frettoloso e con evidenti discrasie di vedute tra coloro che erano al suo capezzale. E l’alternativa era che fosse l’Europa stessa a pagare, evitando ai correntisti (sì, anche ai mafiosi russi) di perdere i propri soldi e limitando le penalizzazioni ad azionisti e, in misura minore, agli obbligazionisti.

Se c’è un colpevole della folle decisione di aver fatto entrare, dal primo gennaio del 2008 Cipro, un paradiso fiscale off shore, frequentato da gente poco raccomandabile, con un sistema bancario ipertrofico, in Europa, quel colpevole è l’Europa stessa; le sue istituzioni e i politici che le abitano. Non sono i correntisti.

A febbraio era stato raggiunto un accordo sul budget della Ue per il settennato 2014-2020. Era previsto un taglio delle spese di circa 16 miliardi di euro: da 977 a 960. Ma quell’accordo, voluto dai “rigoristi” Gran Bretagna e Germania, è stato bocciato il 13 marzo dal Parlamento europeo che ha criticato, in particolar modo, che i tagli fossero stati concentrati sui capitoli di spesa che avrebbero potuto aiutare la crescita invece che sui capitoli di spesa “redistributivi”.

Prendendo, però, il bilancio sintetico della Ue tra il 2007 e il 2013 si scopre che i costi amministrativi dell’Unione sono sempre cresciuti passando dai circa 7 miliardi del 2007 ai quasi 9,1 miliardi del 2013.

IL BILANCIO UE 2007-2013

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Potrebbe essere utile una vigorosa spending review di questi costi, che comprendono i circa 550 milioni di “costi della politica” per destinare i risparmi al salvataggio di Cipro. I quasi-crack che hanno costellato la storia recente del Vecchio Continente non sono da addebitare a nessuno se non ai politici di Bruxelles che vogliono entrare nei libri di storia attraverso il libretto degli assegni dei cittadini europei. A partire da Joaquin Almunia, Commissario per gli Affari Economici, secondo il quale Cipro (e Malta, anche lei entrata nell’euro nel 2008) aveva adottato la moneta unica grazie alla sua politica "di stabilità economica". Seguito da Emma Bonino che, il primo gennaio del 2008, disse: “Benvenute a Cipro e Malta nella famiglia dell’euro. Il loro ingresso rafforza l’area Ue del Mediterraneo che da domani avrà un’unica valuta, l’euro. E rafforza la fiducia verso la moneta unica che sta garantendo all’Europa stabilità, inflazione contenuta e tassi di interesse favorevoli”.

Meno di due mesi dopo presidente di Cipro venne eletto presidente della Repubblica cipriota Dimitris Christofias, il leader del partito comunista Akel. Vinse le elezioni grazie all’ostentazione del suo euroscetticismo battendosi proprio contro l’adozione dell’euro da parte del suo Paese.

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