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Cipro, i conti correnti e il pericolo di fuga (dall'Italia)

Dopo la decisione del governo di Nicosia, c'è chi teme ancora un effetto-domino nel nostro paese

Manifestazioni di protesta a Cipro (Credits:Epa Photo/Katia Christodoulou)

Piccoli risparmiatori in salvo e grandi capitali colpiti duramente. E' la soluzione  concordata per il salvataggio di Cipro, che porterà a un prelievo del 30% soltanto sui depositi bancari sopra i 100mila euro, graziando invece i piccoli capitali. Si tratta di misure che, almeno in apparenza, mettono d'accordo un po' tutti: il governo di Nicosia, che ha così evitato altre manifestazioni di piazza dei risparmiatori, e le autorità europee che da Cipro volevano forti misure di austerity, per non far pagare il conto del salvataggio ai contribuenti di altri paesi.

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IL PRELIEVO (SCAMPATO) SUI PICCOLI DEPOSITI

Salutati con favore anche dai mercati finanziari (con lo spread in ribasso a 310 punti), i provvedimenti messi in cantiere per Cipro lasciano però aperti molti interrogativi. Per risolvere i problemi, infatti, è stata  adottata (seppur in versione soft)  una soluzione assai temuta da molti osservatori: il prelievo sui conti bancari che, secondo Stuart Thomson, gestore della casa d'investimento britannica Ignis, rappresenta un “cambiamento fondamentale nella politica europea”. Per salvare l'Unione Monetaria, le autorità del Vecchio Continente si sono infatti dimostrate disposte a tutto, anche a “violare diritti di proprietà fondamentali”, come ha scritto Lars Seier Christensen, co-fondatore del gruppo bancario danese Saxo Bank, il quale ha posto nei giorni scorsi un pesante interrogativo: “è ancora sicuro tenere i propri soldi nelle banche italiane, spagnole o greche?”

E' proprio questo quello che molti osservatori temono, una volta archiviata la crisi di Cipro: una ripresa della fuga dei capitali dai paesi periferici di Eurolandia, cioè l'Irlanda e le nazioni del  Mediterraneo, dove un giorno altri governi potrebbero essere costretti a comportarsi allo stesso modo di Nicosia. Come ha ricordato Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto di analisi e ricerche Bruno Leoni, la crisi cipriota dimostra infatti una cosa: “i sistemi di assicurazione sui depositi europei si sono rivelati purtroppo più precari di quanto sembra”.

Certo, la situazione italiana non è minimamente paragonabile a quella di Cipro , visto che l'economia  della Pensiola è solida e  il sistema creditizio nazionale non corre il rischio di un crack. Purtroppo, però, di fronte allo spettro di un nuovo aggravarsi della crisi di Eurolandia, gli investitori esteri che hanno i soldi depositati in Italia saranno subito pronti a darsela a gambe. La dimostrazione arriva anche dalle statistiche pubblicate nei mesi scorsi dall'Abi (associazione bancaria italiana) sulla raccolta dei nostri istituti di credito. Tra la fine del 2011 e il dicembre del 2012, quando l'Area-Euro è finita più volte vicina al baratro, le provviste in arrivo dall'estero nei conti delle banche italiane si sono ridotte di ben 47,5 miliardi di euro, con una flessione della raccolta di oltre il 31% nell'arco di un anno. Se è vero che l'isola di Cipro è lontana, dunque, lo spauracchio di una fuga dei capitali (verso la Germania e i più sicuri paesi del Nord Europa) è sempre presente in tutto il Mediterraneo.

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