Cina e mercati dell'est: le conseguenze della crisi sull'Europa

Via libera alle esportazioni di servizi e beni di consumo, ma l'era delle delocalizzazioni è finita

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– Credits: WANG ZHAO/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Cosa sta succedendo in Cina? E ancora più importante, tutte queste oscillazioni che effetti avranno sull'Europa? In una fase storica in cui i mercati sono più instabili che mai rispondere a queste domande non è facile. Tuttavia, per provare a capire da cosa dipendono tutti questi alti e bassi e perché finiscono col penalizzare anche le nostre economie bisogna, come sempre, partire dai dati.

Quanto cresce la Cina

Pechino ha appena annunciato che nel 2015 il paese è cresciuto "soltanto" del 6,9 per cento, segnando quindi il suo record più negativo degli ultimi 25 anni. Gli analisti non si stancheranno mai di ripetere che valori così elevati non devono trarre in inganno, nel senso che nonostante rispetto a quelli registrati in Europa possano essere considerati un risultato straordinario, in realtà la Repubblica popolare non può permettersi di scendere molto al di sotto della soglia del 7 per cento perché, così come è strutturata oggi, una crescita troppo lenta rischierebbe di far crollare la macchina cinese. 

Quali sono i problemi dell'economia cinese

Di problemi la Cina popolare al momento ne ha tanti. Quelli più scontati sono la contrazione della crescita industriale e delle esportazioni. Ma il 2015 è stato anche l'anno dei crolli delle Borse, delle prime svalutazioni dello yuan, delle manovre espansive della Banca Centrale mirate a favorire la ripresa dei mercati, dell'ammissione di un problema di sovrapproduzione industriale sempre più difficile da gestire visto che la domanda estera è debole. Senza dimenticare che ci troviamo in un momento di forte transizione non solo perché il governo di Xi Jinping sta cercando di trasformare il modello di crescita cinese dando più spazio a consumi interni e servizi, ma anche perché il governo ha finalmente trovato il coraggio di ridimensionare le imprese di Stato prendendo in considerazione persino l'eliminazione di quelle più improduttive. E' evidente che cambiamenti così rapidi e di così ampia portata non avrebbero mai potuto essere indolori. 

Perché i nuovi dati sulla crescita hanno fatto bene alle Borse

Fino ad appena un paio di settimane fa l'annuncio dell'ennesimo rallentamento della crescita avrebbe creato il panico sia in Oriente sia in Occidente. Oggi, invece, tutto questo non è successo. Il motivo? Semplice: la Cina sarà pure cresciuta del 6,9 per cento, ma la metà di questa crescita è stata stimolata da consumi e servizi. Cosa vuol dire? Che il modello di sviluppo del paese, tanto criticato per non aver reagito abbastanza in fretta, si sta realmente modificando. Tanto da far pensare che presto Pechino riuscirà a scrollarsi di dosso l'etichetta di "Fabbrica del Mondo". 

Fino a che punto l'Europa può fidarsi della Cina

A prescindere da cosa è successo nelle ultime 24 ore, è ormai un dato di fatto che tutto quello che avviene in Oriente ha conseguenze importanti anche per l'Europa. Secondo l'analista Ian Bremmer, la forza di questo legame dipende non tanto, o non solo, dagli effetti di una globalizzazione che avanza, ma anche dal fatto che l'Europa in generale e l'Italia in particolare fatichino a fidarsi di Pechino. Del resto, il suo sistema finanziario è solo parzialmente aperto, le oscillazioni della sua valuta non dipendono dal mercato, strategie e scelte politiche rimangono imprevedibili, al punto da finire con l'amplificare le percezioni di rischi e livelli di instabilità visto che, purtroppo è vero, in Cina le regole possono cambiare in ogni momento. Questa consapevolezza, però implica che qualsiasi manovra cinese, a meno che i suoi benefici per l'Europa non siano evidenti, verrà accolta con paura e scetticismo, cosa che di certo non aiuta a creare fiducia. Per spezzare una lancia a favore di Pechino, però, andrebbe anche sottolineato che la Cina non ha nessuna intenzione di lasciarsi travolgere dalla crisi, e così come, a modo suo, ha cercato di aiutare l'Europa a risollevarsi da un'emergenza finanziaria che continua ancora, di cento non ha intenzione di creare le condizioni per il suo stesso tracollo. Allo stesso tempo, non va dimenticato che il governo cinese non ha molta dimestichezza con riforme, mercati flessibili e globalizzazione, quindi potrebbe sbagliare. Ma bisognerebbe cercare di non drammatizzare ogni errore, perché anche per il gigante d'Oriente è conveniente cercare di trovare nuove soluzioni nel più breve tempo possibile.   

Vantaggi e svantaggi della "nuova" Cina

L'Europa deve quindi mettersi in testa che è arrivato il momento di imparare a interagire con la nuova Cina. Un paese che sul piano politico e strategico ha oggi posizioni particolarmente assertive, ma che a livello economico ha bisogno tanto quanto noi di rilanciare trasparenza e collaborazione. Quando la Repubblica popolare riuscirà a individuare un nuovo equilibrio staremo certamente meglio tutti, ma ci vorranno anni per ottenerlo, quindi conviene essere pazienti. Tuttavia, la nuova Cina non potrà offrire vantaggi a tutti. Chi fino ad oggi l'ha sfruttata per vendere materie prime, tecnologie, know how, e per produrre a prezzi stracciati farebbe bene a iniziare a cercare nuovi partner commerciali. Chi invece è interessato a vendere servizi e beni di consumo dovrebbe affrettarsi a creare qualche contatto con il Regno di Mezzo prima di essere tagliato fuori da una concorrenza internazionale che, in tempi di crisi come questo, è già fin troppo agguerrita. Considerando le peculiarità dell'economia italiana, è evidente che il Bel Paese ha molto da guadagnare da questa transizione. A patto che non finisca, come è successo in passato, con l'arrivare per ultimo. 


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