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Brexit, un anno dopo: chi ci guadagna e chi no

Grandi vantaggi per gli speculatori, mentre i cittadini normali soffrono per una contrazione dei salari che si accompagna a un'impennata dell'inflazione

dimostrazioni pro Unione Europea a Londra

Proteste contro Brexit davanti al Parlamento di Londra, 29 marzo 2017 – Credits: EPA/ANDY RAIN

Il referendum per far uscire la Gran Bretagna dall'Unione Europea: in molti lo hanno interpretato come un moto di protesta popolare contro le élites, identificate nella classe politica e, forse anche in misura maggiore, nel mondo dell'alta finanza.

Chi soffre di più per la Brexit

Se questa era l'intenzione degli elettori, lo schiaffo all'establishment sembrerebbe proprio aver mancato il bersaglio; piuttosto, è proprio la gente comune a subire gli effetti più negativi della Brexit. Lo dimostra una serie di statistiche appena pubblicate dall'Economist, che dipingono in maniera piuttosto accurata cosa è accaduto dal fatidico giorno in cui gli inglesi hanno detto "no" ad oggi.

L'andamento di indici azionari e obbligazioni

Partiamo con i dati che, almeno a una prima lettura, interessano di più gli investitori. Innanzitutto l'indice di borsa. L'FTSE-250, ovvero l'indice che misura le quotazioni delle principali società azionarie scambiate a Londra (che, lo ricordiamo, non sono tutte britanniche), sembra non aver subito contraccolpi dopo la Brexit. Anzi: se è vero che nelle settimane immediatamente successive al voto gli indici azionari erano scesi rapidamente, nel medio periodo non si può dire altrettanto. Oggi l'FTSE-250 viaggia attorno a quota ventimila punti, mentre a giugno dell'anno scorso era sceso sotto i sedicimila. E la crescita sembra essere stabile e costante. Quanto, invece, al valore delle obbligazioni statali denominate in sterline e di durata decennale, il dato si presta a una duplice lettura: il rendimento, infatti, si aggira da alcuni mesi attorno all'1%, meno del valore di 1,5% registrato poco meno di un anno fa. Buone notizie per le casse pubbliche, visto che interessi bassi sono musica per chi gestisce le casse dello stato, ma un po' di meno per i titolari delle obbligazioni.

Calano i salari e aumenta l'inflazione

Ma veniamo ai numeri che toccano direttamente le tasche del cittadino britannico medio. Innanzitutto l'inflazione. I prezzi hanno continuato a crescere, raggiungendo un tasso del 3% (era prossimo allo zero dodici mesi fa). Si tratta di un livello preoccupante, soprattutto se si considera che è il più alto fra i Paesi del G7 (Italia compresa) e che il governo del Regno Unito si era dato come obiettivo un tasso del 2%. In secondo luogo, il livello dei salari. Questi ultimi sono scesi, nonostante un calo dei livelli di disoccupazione. In altre parole, i sudditi di Sua Maestà guadagnano di meno e devono pagare di più i beni che comprano tutti i giorni, mentre chi specula in borsa dorme sonni tranquilli. Forse non era quello che avevano in mente di ottenere quando hanno votato per la Brexit l'anno scorso, e l'Economist non può che rilevare come l'economia britannica stia fornendo preoccupanti segnali di rallentamento.
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