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Brexit, tempi duri per l’economia del Regno Unito

L'eccessiva svalutazione della sterlina e il crollo del settore immobiliare rischiano di avere effetti catastrofici

Brexit: statua di Churchill a Londra

24 giugno 2016. Una statua di Winston Churchill in silhouette nei pressi del Big Ben e delle Houses of Parliament, nel centro di Londra, all'indomani del referendum che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea. – Credits: NIKLAS HALLE'N/AFP/Getty Images

A distanza di due settimane dal referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall'Unione Europea le prime avvisaglie di ciò che accadrà nei prossimi mesi si stanno materializzando. Dopo il 23 giugno la sterlina ha perso il 15% del suo valore precipitando ai valori minimi del 1985 di 0,857 rispetto all’euro e di 1,28 rispetto al dollaro.

La svalutazione della sterlina, come quella avvenuta durante i primi anni della Grande Recessione – a differenza della grande svalutazione del 1992 di cui parla sempre il finanziere George Soros – potrebbe non far crescere le esportazioni e quindi migliorare la bilancia dei pagamenti, attualmente con un saldo negativo delle partite correnti di -146.7 miliardi di dollari, pari al 4,8% del PIL, ma deprimere la domanda interna, a causa della riduzione del potere d’acquisto dei salari e della maggiore inflazione.

Al contrario, immediatamente si è manifestata la crisi nei movimenti di capitale verso il Regno Unito, in particolare nel settore immobiliare dove dall’inizio dell’anno si è registrato un calo di oltre il 50% del flusso di capitali esteri. Durante questa settimana, cinque grandi fondi immobiliari – M&G Investments, Aviva e Standard Life, Henderson Global Investors e Canada Life - che nel complesso valgono 17,5 miliardi di dollari, hanno sospeso i rimborsi delle loro quote fino a data da destinarsi.

Il congelamento dei rimborsi fa seguito alla valanga di richieste di smobilizzo da parte degli investitori che ha determinato una perdita media, molto pronunciata nel settore commerciale e più contenuta in quello residenziale, del 10% del valore dei titoli immobiliari nella Borsa di Londra. Va ricordato che le politiche monetarie espansive della Banca d’Inghilterra (Quantitative easing e bassi tassi d’interesse) hanno favorito a dismisura la crescita del mercato immobiliare, originando quella che per molti è una vera e propria bolla speculativa, e facendo si che il debito delle famiglie rispetto al reddito disponibile abbia raggiunto il 130%.

L’azione combinata della riduzione degli investimenti esteri, degli smobilizzi e dell’insostenibilità del debito privato potrebbe generare una reazione a catena tale da produrre lo scoppio della grande bolla immobiliare e generare una caduta del valore degli immobili ben superiore al 20% stimato per i prossimi mesi. Si ripresenterebbe così lo scenario già visto con il fallimento della Northern Rock e quindi della Lehman & Brothers, cioè all’inizio della crisi dei mutui subprime americani.

Criticità si manifestano anche negli altri comparti degli investimenti esteri diretti che nel 2013 sono stati pari a 452,5 miliardi di euro, il cui 46% dall’UE (Olanda, Francia e Germania soprattutto). Il flusso netto di investimenti diretti esteri, già sceso da 45,6 miliardi di dollari del 2013 a 35,8 miliardi di dollari nel 2014, mostra segni di cedimento.

Gli investimenti esteri diretti in servizi finanziari, che sono stati pari a 15,4 miliardi di dollari nel 2014, rischiano di diminuire ancora. Il settore impiega infatti più di un milione di lavoratori e le grandi banche, da JP Morgan a Deutsche Bank, come già annunciato attueranno migliaia di licenziamenti.

Cosa aspettarsi per i prossimi mesi?

La crescita delle esportazioni spinta dalla svalutazione della sterlina, grande cavallo di battaglia del Leave appare sempre più improbabile. Non solo per quanto detto, ma anche per l’atteggiamento di chiusura di Bruxelles verso Londra dopo l’esito del referendum.

Visti i toni delle dichiarazioni di Bruxelles e dei leader dei Paesi dell’Eurozona, e la poco onorevole fuga dalle responsabilità di tutti i protagonisti inglesi di questa sciagurata vicenda – dal premier  David Cameron che ha annunciato le dimissioni a Nigel Farage che ha lasciato la guida del suo partito UKIP (United Kingdom Independence Party) – un esito delle negoziazioni sul commercio che conduca a una soluzione di tipo norvegese appare molto improbabile e la scialuppa del TPP (Trans-Pacific Partnership, cioè dell’accordo di libero scambio con Giappone, Australia, Canada, USA, etc.) sembra non collaudata a sufficienza.

Viceversa, immediati sono i riflessi negativi sugli investimenti diretti esteri che, come al solito attraverso il crollo del settore immobiliare, potrebbero avere effetti catastrofici sull’economia inglese. Al netto dell’esplosione della bolla immobiliare, gli analisti si aspettano una perdita dell’1,5-2% nel 2016 e altrettanto nel 2017, mentre l’effetto sulla crescita europea dovrebbe al più essere attorno al -0,5% e pressoché nullo quello sul tasso di crescita economica globale, contando il Regno Unito per circa il 4% del PIL mondiale.

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