I bilanci poco chiari delle banche in Europa

Sono iniziate le verifiche della Bce su cosa c'è nella pancia dei maggiori istituti dell'area euro. Ma non tutte avrebbero dichiarato il vero rendendo poco trasparente la parte più oscura dei loro asset

Mario Draghi, Presidente della Bce – Credits: EMILY WABITSCH/AFP/Getty Images

Fabrizio Goria

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"La Banca centrale europea non vuole lanciare messaggi effimeri. L’Asset quality review sarà pesante". Con queste parole, il vice-presidente della Bce, Vitor Constancio, aveva cercato di fugare i dubbi di alcuni fra i maggiori investitori internazionali durante il meeting primaverile dell’Institute of International Finance a Londra. E secondo le indiscrezioni che trapelano dall’Eurotower, la vita per le banche dell’eurozona potrebbe essere più dura del previsto. Le tedesche Commerzbank e Deutsche Bank, così come le francesi BNP Paribas e Société Générale sono avvisate.

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La novità era nell’aria. Dopo aver raccolto tutti i dati di bilancio possibili, la Bce ha iniziato le verifiche su cosa c’è nella pancia delle maggiori banche dell’area euro. E dato che gli asset sono di natura assai diversa tra di loro, anche e soprattutto in base al loro rischio, ecco che l’istituzione guidata da Mario Draghi ha ideato un modello di valutazione basato su tre livelli primari.

- Il primo è quello relativo a equity e bond governativi. Si tratta degli asset per i quali è più facile determinare il prezzo, sia perché si tratta di strumenti semplici sia perché sono negoziati in modo trasparente.

- Il secondo, più opaco, è quello dei derivati negoziati sui mercati Over-the-counter (Otc), cioè fuori dai canali tradizionali. È questo l’universo degli interest-rate swap, o dei futures, o del forex. Un’area in cui le informazioni disponibili sui prezzi sono minori rispetto al livello superiore, ma comunque possibili da ottenere in breve tempo.

- Il terzo è quello più profondo. Nel girone più oscuro delle banche ci sono tutti quegli asset che non hanno un prezzo definito, che sono illiquidi. Possono essere Asset-backed security (titoli garantiti da altri asset, o Abs), o Collateralized debt obligation (obbligazioni strutturate avente come collaterale a garanzia un asset, o Cdo), o ancora i repurchase agreement (pronti contro termine, o repo) divenuti illiquidi. In buona sostanza, tutto ciò che non ha mercato. Molto spesso si tratta di rimasugli della bolla subprime, o di crediti inesigibili, ma poco importa. Ciò che conta è che per essi non c’è domanda. Eppure, in diversi casi, il prezzo iscritto a bilancio non è stato rivisto, come spiegano fonti interne della Bce.

La Bce vuole vederci chiaro e ha deciso di andare a fondo su questo versante, comunicando agli istituti di credito che le verifiche più significative riguarderanno proprio la zona oscura dei bilanci. Tutto ciò si traduce in un rischio non previsto per le banche più operanti sui mercati Otc e con in pancia più asset illiquidi, ovvero Commerzbank, Deutsche Bank, BNP Paribas e SocGen.

In più occasioni, durante l’attuale prima fase della verifica di bilancio, la Bce avrebbe ravvisato delle “significative asimmetrie di prezzo” sulle classi di asset del livello più profondo. Come spiegano fonti interne, l’assunzione è che le banche non abbiano aggiornato in maniera continua i valori di questi strumenti. In sostanza, c’è il timore - ben suffragato dalle prime verifiche - che molte banche abbiano valutato gli asset del terzo livello secondo il costo storico e non secondo il mark-to-market. Traduzione: non è stato effettuato un sistematico aggiustamento del valore di quel titolo ai prezzi correnti di mercato, ma solo riportando a oggi il prezzo di carico adottando un indice dei prezzi. Se confermata, l’ipotesi su cui sta lavorando la Bce potrebbe costringere diversi soggetti bancari a rivedere al ribasso i propri book.

Ma quanto vale questo mercato? Spulciando i dati di bilancio delle prime dieci banche dell’eurozona, emerge che gli asset più illiquidi valgono 109,3 miliardi di euro al 31 dicembre 2013. Una cifra relativamente piccola, se comparata rispetto al valore totale dei bilanci delle prime dieci entità bancarie dell’area euro, circa 11.500 miliardi di euro. Ma si tratta comunque di una somma che è sensibile al mutamento dei fattori. Se la Bce dovesse imporre una maggiore prudenza sui prezzi, per le banche meno virtuose potrebbe rendersi obbligatoria una ricapitalizzazione inattesa.

Ma a togliere il sonno ai funzionari della Bce non ci sono solo i derivati in pancia dei big. C’è poi infatti il capitolo relativo alle banche italiane. Dall’inizio dell’anno a oggi gli istituti di credito italiani sono riusciti a raccogliere sul mercato circa 10 miliardi di euro, secondo le stime dell’Associazione bancaria italiana. UniCredit e Intesa Sanpaolo non destano preoccupazioni, come ha spiegato la banca statunitense J.P. Morgan in un report di poche settimane fa. Diversa la situazione per le banche medio-piccole.

Se per loro l’accesso al mercato dei capitali non sarebbe stato un problema nella prima parte dell’anno, ora potrebbe esserlo. Da un lato, per colpa delle tensioni geopolitiche - conflitto in Ucraina e nella Striscia di Gaza su tutte - che hanno rallentato i flussi di capitale verso l’Europa. Dall’altro, per le magre prospettive di crescita dell’Italia, tornata in recessione tecnica, la terza in cinque anni. Sullo sfondo, la sempiterna diffidenza degli investitori stranieri verso le banche italiane di media e piccola entità, derivante da una struttura di governance arcaica e poco avvezza ai cambiamenti. Come ha raccomandato più volte il Fondo monetario internazionale (Fmi), per essere più efficiente il sistema bancario italiano dovrebbe consolidarsi. La stagione delle fusioni e delle acquisizioni è alle porte?

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