L’Angola si compra il Portogallo

Ex colonizzatori in crisi economica, ex colonizzati in pieno boom. E così, secoli dopo, le parti si invertono. Le imprese di Luanda investono a Lisbona e i portoghesi trovano lavoro nel paese africano

matteo.fagotto

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«Sono venuto qui per cambiare la mia vita. Le opportunità sono talmente tante che non c’è paragone con il Portogallo». Seduto nel suo ufficio di Talatona, la nuova zona chic alla periferia della capitale angolana Luanda, il 42enne Sergio Andrade non nasconde un sorriso compiaciuto mentre spiega le ragioni che, nove anni fa, lo spinsero a lasciare Vila do Conde, tranquilla cittadina di mare vicina a Oporto, per accettare un’offerta di lavoro in Angola. «In Portogallo una miriade di laureati vive ancora con i genitori e lavora nei fast food» prosegue, mentre lo sguardo si perde oltre le pareti di vetro del suo nuovo ufficio, tra le colline di Talatona. Aperta campagna 10 anni fa, oggi il quartiere è punteggiato di uffici e graziose villette bianche che ospitano i tanti espatriati che, negli ultimi anni, hanno deciso di trasferirsi in questo nuovo eldorado africano.

Impiegato come manager informatico in un’azienda di catering, Andrade è solo uno delle centinaia di migliaia di portoghesi che negli ultimi anni hanno abbandonato un Portogallo martoriato dai debiti e da una crisi senza fine, che proprio in questi giorni sembra ulteriormente aggravarsi, per trasferirsi in un paese la cui economia solamente nel 2012 è cresciuta del 6,8 per cento. «Molti di noi sono arrivati qui negli ultimi sei mesi» conferma Andrade, che in Portogallo guadagnava 2 mila euro al mese e oggi ne prende circa 4.500 esentasse, per un contratto che prevede un mese di ferie pagate ogni 10 settimane di lavoro, oltre a una serie di benefit tra cui alloggio, telefono, macchina con autista e donna delle pulizie. «Tutto incluso, arrivo probabilmente a più di 10 mila euro al mese» ammette con un sorriso soddisfatto.

Teatro di una devastante guerra civile durata 27 anni e terminata solamente nel 2002, l’Angola sta vivendo un boom economico senza precedenti guidato dai proventi dello sfruttamento petrolifero, le cui riserve ammontano a più di 10 miliardi di barili e le cui esportazioni hanno garantito 64 miliardi di dollari lo scorso anno. Lo stipendio di Andrade non è un’eccezione in un paese che ha bisogno di professionisti qualificati per sostenere la sua impressionante crescita. Secondo stime dell’ambasciata portoghese a Luanda, almeno 150 mila portoghesi vivrebbero in Angola, senza contare quelli che, come Andrade, fanno regolarmente la spola tra i due paesi. Mentre nel 2012 l’economia portoghese si è contratta per il quarto anno consecutivo, facendo registrare un meno 3,2 per cento, secondo il Fondo monetario internazionale quella angolana crescerà di un ulteriore 7,1 per cento nel 2013. E mentre in Angola le opportunità per i portoghesi fioccano, in patria la disoccupazione ha ormai raggiunto il 14,4 per cento.

Il rovesciamento dei ruoli tra l’ex colonia africana e la madrepatria portoghese, un evento storico che non ha precedenti nell’era moderna, è stato di fatto sanzionato dalle autorità di Lisbona. Nel dicembre 2011 il primo ministro Pedro Passos Coelho invitò i suoi concittadini disoccupati a emigrare in Brasile o Angola, mentre in una recente visita a Luanda il ministro degli Esteri Paulo Portas ha riconosciuto che, nel 2012, le rimesse dei portoghesi d’Angola hanno dato ossigeno vitale all’economia del paese. «Noi abbiamo le competenze e loro i soldi» taglia corto Julio Costa, un ingegnere portoghese di 52 anni che lavora per una società di costruzioni angolana.

Oggi l’Angola è una terra di opportunità e contraddizioni: in un paese dove il 60 per cento della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà, Luanda è la seconda città più cara al mondo per gli espatriati (dopo Tokyo), secondo il Worldwide cost of living survey di Mercer. Mentre le sue «musseques» (baraccopoli) sono tra le più povere d’Africa, il centro di Luanda vanta hotel a cinque stelle, ristoranti e night club in cui l’entrata può costare 120 dollari; il venerdì sera la comunità straniera e i ricchi angolani si ritrovano sull’Ilha, il quartiere dei ristoranti e bar esclusivi dove i clienti possono godersi cene a base di aragoste e vino francese e ballare sui dischi dei migliori dj provenienti dall’Europa o dal Brasile. Eppure, nel resto della città mancano ancora acqua corrente, elettricità e strade decenti: i pendolari che vivono in periferia si svegliano alle 5 di mattina per arrivare al lavoro alle 8.

«Dover passare il tuo giorno libero a comprare carburante per il generatore o a riparare i tubi dell’acqua è stancante. Una volta, non ho avuto acqua in casa per due settimane. Ma ritornare in Portogallo ora è fuori discussione» si lamenta Luis Costa Branco, un giornalista di 40 anni alla guida di Sol, settimanale portoghese controllato da una holding angolana.

Quello di Sol non è un caso isolato. Con 30 miliardi di dollari di riserve, l’Angola sta investendo forte in Portogallo, dove ha già acquisito quote sostanziali di Banco Bpi e Bic, due dei maggiori gruppi bancari portoghesi, della compagnia petrolifera Galp e della piattaforma di telecomunicazioni Zon Multimedia. Fra i maggiori investitori figurano la compagnia petrolifera statale Sonangol e uomini d’affari vicini all’entourage presidenziale, tra cui la 40enne Isabel dos Santos, figlia del presidente angolano Eduardo dos Santos e capace donna d’affari recentemente definita da Forbes «la prima miliardaria donna africana». Il fratello José Filomeno dos Santos è invece presidente del fondo sovrano (forte di un patrimonio di 5 miliardi di dollari) alimentato dai proventi petroliferi. Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni.

Controllato dal Portogallo sin dal 1575, l’Angola fu trasformato in provincia d’oltremare pochi anni prima dell’indipendenza, ottenuta nel 1975. Questo diede a molti angolani la possibilità di ottenere un passaporto portoghese. Per un curioso scherzo del destino, sono oggi i portoghesi a cercare di prendere la cittadinanza angolana. «Portoghesi e cinesi stanno rubando il lavoro agli angolani. È un processo che deve essere gestito con giudizio» dice minacciosamente il 38enne Joao Texeira, un piccolo imprenditore angolano che costruisce prefabbricati, il cui ufficio a Morro Bento domina la strada costiera che conduce a Luanda. «I politici locali si arricchiscono e usano gli stranieri per mantenersi al potere: se qualcuno di loro non è gradito, si può semplicemente sbatterlo fuori dal paese».

Le relazioni tra i due paesi non sono state esenti da tensioni. Quando, nel 2012, tre alti ufficiali angolani furono incriminati per frode fiscale e riciclaggio in Portogallo, il quotidiano governativo Jornal de Angola si scagliò contro Lisbona, scrivendo che i portoghesi «scappano dalla miseria usando il vecchio gioiello della corona (l’Angola, ndr) come ultimo rifugio». Lo stesso anno, un programma radiofonico dell’emittente statale portoghese Antena1 fu bruscamente cancellato dopo che alcuni suoi giornalisti avevano criticato i rapporti sempre più stretti fra i due paesi e i modi fin troppo lusinghieri usati da alcuni media nazionali per descrivere il regime angolano, giudicato corrotto e dittatoriale dall’Occidente.

Dall’indipendenza l’Angola è stato sempre governato dall’Mpla, il partito la cui ala armata combatté prima contro i colonizzatori portoghesi e poi contro l’Unita, gruppo armato sostenuto dagli Usa e dal Sud Africa dell’apartheid durante la guerra civile. Il lungo conflitto e un modus operandi mutuato dall’Urss, il suo principale alleato durante la guerra fredda, non hanno reso l’Mpla particolarmente sensibile a concetti quali democrazia e diritti umani.

L’Angola è 157° (su 174 paesi) nell’indice sulla corruzione di Transparency international. E il rapporto 2013 di Human rights watch ha accusato il governo di irregolarità elettorali, detenzione arbitraria di oppositori politici, intimidazioni di giornalisti e soppressione violenta di manifestazioni pacifiche. Nel dicembre 2011 l’Fmi accusò l’Angola di aver fatto sparire 32 miliardi di dollari in proventi petroliferi, mai inseriti nel bilancio statale. «Queste critiche sono un complotto mediatico finanziato dai paesi interessati a prendere il nostro posto. Perché qui in Angola siamo ancora molto influenti» sostiene un diplomatico portoghese, che preferisce rimanere anonimo perché non autorizzato a parlare con i media.

Ma fraintendimenti e mal di pancia occasionali difficilmente rovineranno una relazione strategicamente importante per entrambi i paesi. Allo stesso modo, i tanti portoghesi ora in Angola sono destinati a rimanere a lungo. «Se avessi qui mia moglie e mio figlio, sicuramente vivrei meglio» confessa Andrade, che ha lasciato la famiglia in Portogallo. «Ma iscrivere mio figlio in una buona scuola privata qui costa 2 mila dollari al mese». 

Luanda può essere una città difficile per gli europei: a molti manca uno stile di vita fatto di cinema, teatri e passeggiate notturne, impossibile da replicare a Luanda, il cui tasso di criminalità è molto alto. «La gente in Portogallo pensa che qui si viva una vita fantastica» lamenta il giornalista Costa Branco. «La verità è che, per i soldi che guadagniamo, dobbiamo rinunciare a tante cose».

E, benché diversi stranieri cullino il sogno di ritornare presto in patria, molti ammettono che la cosa potrebbe non essere possibile. Non a caso l’ingegnere Julio Costa, ha deciso di portare sua moglie e la sua figlia 11enne a Luanda. «Credo che la crisi economica in Portogallo durerà ancora 10 anni» prevede. «Non ci sono prospettive. Tutti quelli che conosco stanno provando a venire qui in Angola».

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