Economia

Etruria, così si distrugge una banca

La lettura dei documenti in mano a magistrati e avvocati consente di capire perché, al di là del caso Boschi, l'istituto è saltato

Banca Etruria

Guido Fontanelli

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Succedeva anche questo alla Banca popolare dell’Etruria e del Lazio. Che a un risparmiatore non esperto di finanza veniva consigliato nel 2010 di investire l’intero suo patrimonio in obbligazioni dell’istituto. Che tre anni dopo, in occasione dell’emissione di una nuova obbligazione subordinata, descritta come sicura e facilmente liquidabile, il cliente veniva convinto a sottoscrivere il titolo, senza neppure leggere i documenti che ne descrivono le caratteristiche e firmando un questionario già precompilato per accertare il suo profilo di rischio. E che quando la Consob modificava il prospetto del titolo, aumentando il grado di rischiosità, il risparmiatore veniva rassicurato che avrebbe riottenuto i soldi alla scadenza. Il 22 novembre 2015 l’obbligazione venne azzerata e il patrimonio svaniva nel nulla.
Succedeva anche questo ad Arezzo, sotto gli occhi della Consob e della Banca d’Italia. Il caso appena descritto è citato in uno dei documenti consultati da Panorama che si vanno accumulando sulle scrivanie degli avvocati e dei magistrati, per alimentare richieste di risarcimento, cause civili e processi contro funzionari e vertici dell’Etruria. Insieme a Banca delle Marche, Cassa di Ferrara e Cassa di Chieti, soffocata da una mole enorme di sofferenze, l’Etruria finì nel 2015 sotto la tagliola della nuova normativa europea sui salvataggi bancari: la parte buona della banca venne recuperata e ceduta all’Ubi, ma per la prima volta piccoli azionisti e obbligazionisti subordinati (che ora l’attuale governo sta provando a risarcire) furono costretti a pagare il conto. Una vicenda stranota, che ha tenuto banco sui giornali soprattutto per la presenza nel consiglio di amministrazione dell’istituto del padre di Maria Elena Boschi, allora ministra del governo Renzi, e per le mosse della stessa Boschi e di Renzi per salvare la popolare aretina.

Polverone Boschi

Ma il polverone mediatico provocato dall’effetto Boschi-Renzi ha distolto l’attenzione dalla questione-chiave: che cosa ha provocato il collasso del piccolo istituto di provincia che ha coinvolto 4.600 obbligazionisti? Come è possibile che la «banca dell’oro», poggiata sul ricco settore dell’oreficeria, sia stata travolta da un buco di 526 milioni di euro e 2 miliardi di sofferenze? Beh, forse il suo primo punto debole è proprio essere cresciuta in provincia, e che provincia: Arezzo, terra di massoni (ricordate Licio Gelli?) e di grandi democristiani come Amintore Fanfani (il nipote Giuseppe è stato sindaco della città e deciso difensore della banca), dove politica, amicizie e denaro si intrecciano in un groviglio che solo una grande crisi può svelare. E così è stato.
Ad aprire uno squarcio forse definitivo sulle cause del dissesto è la sentenza del 31 gennaio scorso del processo con rito abbreviato a carico dell'ex presidente Giuseppe Fornasari e l'ex direttore generale Luca Bronchi, imputati del reato di bancarotta fraudolenta, il vice presidente Alfredo Berni (bancarotta fraudolenta) e il consigliere Rossano Soldini (bancarotta semplice). Presidente e direttore generale sono stati condannati a 5 anni di carcere, Berni a due e Soldini a uno. Altri 26 indagati, ex dirigenti tra cui anche l'ultimo presidente Lorenzo Rosi e consiglieri di amministrazione, sono stati tutti rinviati a giudizio.

Orrori bancari

Leggere i documenti prodotti nel corso del processo è un viaggio negli orrori bancari. Rivelano una situazione assurda, dove un management autoreferenziale, poco controllato da un azionariato frazionato (tipico delle popolari), guida la banca in modo imprudente se non criminale, finanziando aziende legate ai membri dello stesso consiglio di amministrazione senza verificarne la solidità (13 amministratori e 5 sindaci erano portatori di propri interessi in 198 posizioni di fido per un totale di 185 milioni) o sostenendo con i soldi della banca operazioni improbabili, come la costruzione di un mega-yacht. Una gestione allegra, condotta per un trentennio dal presidente massone Elio Faralli, che lasciò nel 2012 a 87 anni, e proseguita con Giuseppe Fornasari. Prendiamo il caso della società Sacci (cemento): a questa azienda la banca prestò tra il 2006 e il 2010 una sessantina di milioni. Le operazioni di finanziamento vennero approvate dai vertici dell’Etruria in tempi lampo, nel giro di 24-48 ore. Non fu neppure condotto un esame sul progetto industriale. E chi era amministratore delegato della Sacci nonché suo azionista di maggioranza? Tal Augusto Federici, consigliere di amministrazione della banca dal 2004 al 2011. Peccato che l’azienda non godesse di ottima salute: nel 2015 la Sacci viene ammessa al concordato preventivo e la banca ha dovuto mettere a bilancio una perdita di 38 milioni. Del resto lo stesso Giuseppe Fornasari, consigliere della popolare aretina dal 2005 e poi presidente fino al 2014, ha potuto beneficiare di questa generosità: il manager è stato anche consigliere della società bergamasca Abm Multiservizi. E questa azienda ha ottenuto finanziamenti per circa 8 milioni dalla banca, pur avendo i bilanci in rosso.
Più inquietante l’operazione Privilege Yard: questa azienda venne creata per costruire un mega-yacht di 127 metri nel porto di Civitavecchia. Nel 2009, in soli sette giorni, la Banca dell’Etruria prende la decisione di finanziare il cantiere, un’operazione apparentemente folle se si pensa che non era stato neppure individuato un acquirente per questa imbarcazione e che il cantiere non aveva un accesso diretto al mare. Complessivamente l’istituto si espone per quasi 30 milioni. La Privilege Yard non conclude i lavori, nel 2015 il cantiere fallisce e ai suoi ex vertici verranno contestati diversi reati, tra cui bancarotta fraudolenta e ricorso abusivo al credito.
Si potrebbero citare innumerevoli altri casi di operazioni condotte in modo dissennato (come una linea di fido da 4 milioni per l’acquisto di un terreno di pari valore, senza l’ombra di una concessione edilizia)e approvate dal consiglio di amministrazione e dai sindaci. Mentre intorno alla banca aretina il mondo crollava sotto i colpi della crisi Lehman, tra il 2009 e il 2014 consiglieri e sindaci incassano oltre 14 milioni di euro di compensi.

Le ispezioni

Nel corso di un’ispezione iniziata nel 2012 la Banca d’Italia scopre che l’Etruria stava accusando molte più perdite sui crediti di quanto dichiarato alla vigilanza. Perché non viene commissariata e non viene avvertita la magistratura? L’istituto centrale si difende così: la vigilanza si adopera per evitare il dissesto, ma si muove all’interno di un ambito e con poteri ben delimitati dalla legge. E fino al 2013 non erano stati scoperti dei reati. Inoltre il patrimonio della banca era ancora al di sopra dei minimi regolamentari. La Banca d’Italia multa i vertici dell’Etruria per 2,5 milioni e gli ingiunge di trovare un partner (si farà avanti solo la Popolare di Vicenza, respinta con sdegno dagli aretini) e di sistemare i conti. Ma la banca continua a fare operazioni sballate, se non criminali: si gonfia di titoli di Stato (per 7 miliardi, la metà dell’intero bilancio) per mascherare le perdite, e vara l’emissione, con il beneplacito della Consob, di obbligazioni subordinate per 110 milioni, vendute con i metodi illustrati all’inizio dell’articolo ai piccoli risparmiatori (i clienti istituzionali ormai hanno chiuso i rubinetti con Arezzo).
Sappiamo come è andata a finire. Sappiamo che i controlli hanno funzionato male e sono stati tardivi. Quello che non sappiamo è se ci sono in giro altre banche Etruria: la sua lezione è servita?

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