Sull'economia Lega e Movimento 5 Stelle verso lo scontro

Due filosofie differenti: quella leghista, che piace al Nord è per la riduzione delle aliquote fiscali. Quella grillina è assistenzialista. Arriveranno allo scontro, probabilmente dopo le elezioni europee del 2019

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Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Roma, 7 maggio 2018 – Credits: Ansa/Francesco Ammendola/Ufficio stampa Quirinale

Augusto Minzolini

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A prima vista sono sfoghi di difficile interpretazione quelli che Matteo Salvini, solo dentro le mura più amiche, rivolge contro i pentastellati e la loro politica: "A volte proprio non li sopporto più".

Ma la conferma di un aumento della diffidenza all'interno del governo si trova anche nel campo grillino. "La verità" ragiona a voce alta Vito Petrocelli, presidente della Commissione Esteri del Senato "è che Salvini dà voce alla rabbia, mentre Luigi Di Maio alla speranza. Ma non è detto che, esagerando con la rabbia, Salvini alla fine non se l'attiri addosso come l'altro Matteo, Renzi".

Non si tratta di atteggiamenti umorali, ma di qualcosa di più serio e concreto: sono i primi segnali che nella maggioranza si prepara il vero duello, quello sull'economia.

Si può fare la voce grossa sull'immigrazione, magari spendere qualche parola sui vaccini e attardarsi in disquisizioni di politica estera sul populismo, ma il vero banco di prova del governo gialloverde, si è sempre saputo, è sui temi che riguardano direttamente le tasche degli italiani.

Non fosse altro per le promesse fatte in campagna elettorale. E qui non contano le percezioni, ma i numeri. A cominciare da quelli della legge di stabilità.

Ci sono, soprattutto, due filosofie, che uno può anche tirarle al massimo per avvicinarle, ma restano diverse:

  • quella leghista della flat tax che piace al Nord, presuppone un abbassamento energico delle aliquote fiscali (ridotte al massimo a due) e punta a rimettere in moto economia e occupazione aumentando i consumi;
  • e l'altra, quella del reddito di cittadinanza di impronta grillina, che fa sognare il Sud per la sua filosofia fortemente assistenzialista.

Due ricette che garantiscono interessi opposti e blocchi sociali diversi e difficilmente, inutile nasconderselo, possono convivere.

Specie in un Paese in cui il debito pubblico è alto e le risorse non abbondano. Non per nulla il ministro dell'Economia Giovanni Tria, che pure è un seguace di Paolo Savona, preferirebbe al momento soprassedere, non fare nessuna delle due, magari occuparsi della clausola di salvaguardia concordata con la Ue: quella manovra di 12 miliardi di euro di cui nessuno parla ma che, se non sarà inserita nella prossima legge di stabilità, porterà l'Iva al 24,2 per cento. Un calcio negli stinchi per i consumi del nostro Paese.

È sull'economia, quindi, che rischiano di scoppiare nelle prossime settimane i veri dissidi nel governo. Anche perché le due linee vedono su sponde opposte gli elettorati di riferimento dei due partiti di maggioranza.

I piccoli e medi industriali del Nord, vero serbatoio di voti per la Lega, non digeriscono nessuna politica assistenzialista e non nascondono il loro malumore per le norme contenute nel "decreto dignità" di Di Maio; specie quelle che, echeggiando le politiche della sinistra più ortodossa, intervengono sulla flessibilità e la mobilità, paralizzando nei fatti il mercato del lavoro.

Tant'è che quando il provvedimento è stato approvato, Salvini ha disertato il consiglio dei ministri per scappare al Palio di Siena. "Bisogna pur concedergli qualcosa" ha poi spiegato ai suoi il leader leghista, per nascondere il disappunto. I 5 Stelle, invece, devono far i conti con i disoccupati del Sud che pretendono il reddito di cittadinanza, considerato alla stregua di un contratto elettorale da rispettare, pena la fine del sostegno. I sondaggi stanno lì a dimostrarlo.

Messa così, è facile che la navigazione del governo da qui a fine anno si faccia più perigliosa. E il quadro rende ancora più verosimili le previsioni di chi, a torto o a ragione, è convinto che dopo le elezioni europee del prossimo anno ci sarà la rottura della maggioranza gialloverde. "Salvini vuole, da una parte, portare a compimento l'opera di erosione dei 5 Stelle; e, dall'altra, prosciugare Forza Italia. Poi si vede...", è il parere del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli. Ragionamenti che, con toni ancora più netti, tornano sulla bocca di Cinzia Bonfrisco, ex-Forza Italia approdata alla Lega.

Racconta: "Matteo dice: mi sono preso l'onere di far fuori i 5 Stelle. E magari, aggiungo io, di rimettere insieme il centrodestra. Ma questo avverrà solo dopo le elezioni: Salvini non farà certo l'errore di Renzi, non andrà a Palazzo Chigi senza avere avuto un'investitura popolare".

Appunto, la navigazione procede. A vista. E nella Lega già sono pronti gli argomenti per motivare le due opzioni: "Se le cose andranno bene" spiega il sottosegretario all'Interno, Stefano Candiani "noi ci prenderemo il merito. Se vanno male, diremo che i grillini non sono stati all'altezza".

(Questo articolo è stato pubblicato sul n. 29 di "Panorama" in edicola il 5 luglio 2018 con il titolo: È sull'economia (non sui migranti) che avverrà il duello tra Lega e 5 Stelle)

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