Quanto vale l'economia criminale

Con la revisione del pil, saranno incluse nella "ricchezza" nazionale le attività illecite come il traffico di droga e la prostituzione. Ma c'è chi, con molte buone ragioni, contesta questa scelta. Ecco perché

– Credits: Carlo Carino/Imagoeconomica

Andrea Telara

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Le stime sul 2011 sono già state comunicate dall'Istat, con un risultato in apparenza positivo: una rivalutazione del pil dell'Italia di circa l'1% corrispondente a ben 15,5 miliardi di euro. E' la diretta conseguenza di una nuova metodologia di calcolo della produzione nazionale che tiene conto (tra le tante cose) anche di una particolare categoria di voci prima escluse. Si tratta di tutte le attività criminali, come per esempio il traffico di droga, la prostituzione o il contrabbando. Nei prossimi anni, anche questi “business” che fanno rischiare la galera a chi li pratica saranno inclusi nel conteggio del pil e contribuiranno, si fa per dire, alla ricchezza complessiva del nostro paese. Dopo aver comunicato i dati sul 2011, il prossimo 22 settembre l'Istat fornirà delle stime un po' più ampie, riferite al periodo 2009-2013.

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Ma era proprio necessario inserire nel pil anche l'economia illegale? Per capire perché si è giunti a questa decisione, occorre innanzitutto fare una premessa. In realtà, la revisione del prodotto interno lordo effettuata dall'Istat è il risultato di un processo ben più complesso, frutto di alcune modifiche apportate al Sistema europeo dei conti nazionali (Sec), cioè al metodo con cui viene determinata la ricchezza dei paesi Ue. Nei prossimi anni, entrerà in vigore il Sec 2010, un sistema che modifica e sostituisce quello precedentemente in vigore, il Sec 1995. Il nuovo metodo di calcolo del pil valuta in maniera differente alcune voci dell'economia nazionale, modificando così le stime sul prodotto interno lordo di un paese. Esempio: le spese per la ricerca verranno classificate come investimenti e non più come costi. Il che avrà un impatto positivo sul valore del pil. Si tratta di dettagli tecnici, che certamente sono importanti ma che c'entrano ben poco con l'argomento di cui si parla di più in questi giorni, che è appunto l'ingresso dell'economia criminale nel calcolo del prodotto interno lordo.

ECONOMIA ILLEGALE ED ECONOMIA SOMMERSA

Anche su quest'ultimo punto, però, bisogna fare alcune precisazioni. Innanzitutto, occorre distinguere l'economia illegale, che è frutto di attività illecite, dalla cosiddetta economia sommersa. Quest'ultima si basa su attività che non sono di per sé vietate dalla legge ma che vengono svolte senza rispettare le regole. Il lavoro nero, tanto per intendersi, fa parte dell'economia sommersa. Stesso discorso per le mancate fatturazioni o le vendite senza lo scontrino. L'economia sommersa, è bene ricordarlo, è già da tempo inclusa nel calcolo del pil italiano e vale nel complesso (secondo le stime dell'Istat) una montagna di soldi: circa 187 miliardi di euro all'anno. Discorso diverso, invece, per l'economia criminale.

A dire il vero, già il Sec 1995 prevedeva delle regole ben precise per includere nel pil i business criminali come appunto il contrabbando, lo spaccio o la prostituzione. Tuttavia, in molti paesi come l'Italia, i business illegali sono stati sempre esclusi dal conteggio. Solo poche nazioni europee come l'Estonia, la Lituania, la Polonia e la Slovacchia stimano da tempo il peso sull'economia nazionale dell'illegalità. Non va dimenticato, però, che esistono alcune attività come la prostituzione e la vendita di droghe leggere che sono considerate criminali in alcuni paesi e sono invece legali in altri (è il caso per esempio dell'Olanda). E così, per rendere omogenei tutti i dati a livello continentale, le autorità europee hanno approfittato dell'entrata in vigore di Sec 2010 per includere nei pil nazionali di tutti i paesi anche i business fuori legge.

I DUBBI SUI DATI

Viene da chiedersi, però, se si tratti davvero di una scelta giusta. Innanzitutto, non va dimenticato che le misurazioni dell'economia illegale si basano per forza di cose su delle stime, molto prudenziali o approssimative, trattandosi di attività che (per loro stessa natura) cercano di sfuggire a qualsiasi controllo. Per misurare il valore del contrabbando, ad esempio, si prende a riferimento la quantità di merce sequestrata. Per la droga, invece, si tiene conto delle stime sul consumo di stupefacenti in tutto il paese. Ottenere dati esatti su questi fenomeni, però, resta un'impresa impossibile, visto che i tossicodipendenti, i trafficanti o i gestori del racket della prostituzione non hanno certo frequentazioni assidue con gli istituti di statistica.

C'è poi un altro aspetto da non sottovalutare, che è stato messo in evidenza anche dall'economista Marcello Esposito, sulle pagine del sito Lavoce.info . “L’economia criminale”, scrive Esposito, “viene combattuta ogni giorno dalle forze di polizia, dalla magistratura, dalle istituzioni. L’obiettivo è quello di azzerarla, non di farla emergere, perché il nostro comune sentire ha decretato che quelle attività sono dannose e distruggono capitale umano, sociale ed economico” del paese. Dunque, secondo l'economista, sarebbe in teoria più logico conteggiarle come fattore che pesa in negativo sul pil, piuttosto che in positivo. A meno che, ovviamente, non si decida di fare come in altri paesi e di legalizzare certe attività quali la prostituzione e la vendita di stupefacenti.

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