I segnali di miglioramento dell'economia americana

Il presidente della Fed, Yanet Yellen, al simposio di Jackson Hole: "La strada verso la normalità è segnata ma non mancano i rischi". Prossimo rialzo dei tassi (forse) nei primi mesi del 2015

Janet Yellen, presidente della Federal Reserve – Credits: ANSA

Fabrizio Goria

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Ogni anno, a fine agosto, il simposio di Jackson Hole, nel Wyoming, accoglie i banchieri centrali più importanti al mondo. Organizzato dalla Federal Reserve di Kansas City e ospitato dal Jackson Lake Lodge, serve per fare il punto sullo stato dell’economia mondiale. E mai come quest’anno l’appuntamento è fondamentale per capire le prossime mosse delle banche centrali. Gli Stati Uniti, dopo 7 anni di politica monetaria accomodante e fuori dall’ordinario, si apprestano a uno scenario di nuova normalità. Di contro, l’eurozona ha di fronte a sé la sfida più grande: evitare che Francia e Italia trascinino nell’abisso della recessione tutti gli altri.

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Per la prima volta come presidente della Federal Reserve, Janet Yellen ha fatto il suo ingresso nel lodge del Wyoming. Fino all’anno scorso questo onore era toccato a Ben Bernanke. E senza timore reverenziale la Yellen ha parlato con chiarezza e realismo, fornendo agli investitori istituzionali quanto si attendevano. "Lo Stato dell’economia americana è in miglioramento ma ci sono ancora aree in cui la crescita è disomogenea e fragile", ha detto nel suo discorso introduttivo ai lavori. "Le dinamiche del mercato del lavoro sono in evoluzione e noi stiamo monitorando con zelo questi movimenti. Il tasso di disoccupazione non è ancora a un livello per noi accettabile, ma l’economia si sta muovendo verso i nostri obiettivi", ha spiegato la Yellen. Ed è per questo che bisognerà calcolare al meglio l’avvio della normalizzazione dei tassi d’interesse, per evitare shock e rallentare la ripresa, sia americana sia globale. La decisione ultima, in ogni caso, sarà presa solo in base ai dati. Più positivi e consolidati saranno, più l’exit strategy sarà velocizzata.

Per la Federal Reserve il primo aumento dei tassi d’interesse è atteso per la prima parte del 2015. O almeno così lascia intendere la forward guidance, le indicazioni prospettiche, dei banchieri centrali presenti a Jackson Hole. Chi si è sbilanciata di più è stata Esther George, numero uno della Fed di Kansas City. "Io ritengo che gli Stati Uniti siano pronti per un innalzamento dei tassi", ha spiegato alla CNBC. Secondo la George il livello occupazionale è tale da garantire un'uscita dalle misure straordinarie di liquidità senza traumi per l'economia statunitense. Del resto, il tasso di disoccupazione registrato in luglio è stato del 6,2%, ovvero sotto la soglia che era stata fissata da Bernanke come obiettivo, il 6,5%. Poi, la soglia è stata ulteriormente abbassata fino al 6%, tasso che è sempre più vicino.

Ma cosa succederà una volta che la Federal Reserve alzerà il proprio tasso di riferimento? Secondo Citi il maggiore contraccolpo si avrà sui Treasury, i titoli di Stato americani. Le stime, per quanto riguarda i decennali, sono per un innalzamento dei rendimenti compreso fra 50 e 75 punti base, dall’attuale 2,37 per cento. Se così fosse, spiega Citi, ci potrebbe essere una richiesta di un premio per il rischio più elevato per i titoli decennali tedeschi di 30 punti base e di 20 per gli italiani. Ciò significa un incremento della spesa per gli interessi passivi sul debito. Non è però finita qui.

C’è però un rischio maggiore. Tramite la Zero Interest Rate Policy (ZIRP, o politica monetaria di tassi prossimi allo zero) e i tre round di Quantitative easing (Qe, o allentamento quantitativo) la Federal Reserve ha introdotto una quantità straordinaria di denaro nel sistema finanziario globale, assumendosi rischi mai presi prima. Ne è prova il bilancio della Fed, che è passato dai 995,093 miliardi di dollari del 17 settembre 2008, dopo il collasso di Lehman Brothers, ai 4.431,923 miliardi di dollari dello scorso 13 agosto. In pancia della Fed non ci sono mai stati così tanti Treasury e Mortgage-Backed Security (MBS, o mutui cartolarizzati).

Le banche hanno potuto sfruttare questa liquidità e il supporto incondizionato della Fed, per investire su classi di asset diverse da quelle che hanno scatenato la crisi subprime, pur mantenendo atteggiamento. Complice l’azzardo morale provocato dalla Fed, il sistema finanziario statunitense ha iniziato a cedere alla Fed titoli di credito (Treasury e MBS) per allocare risorse su equity e derivati. La conseguenza si è vista sia sull’azionario, con Wall Street ai massimi di tutti i tempi, sia sul segmento dei derivati immobiliari, che mostra tutte i sintomi di una bolla. Cosa succederà quando l’euforia per questi due settori terminerà e non ci sarà più il sostegno della Fed? "Il rischio è lo scoppio delle bolle, con conseguenze senza precedenti per l’economia globale, ancora debole", sottolinea la banca d’investimento Jefferies. Il futuro dipende ancora una volta in gran parte dalla Fed.

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